"Povera Coretti" dice Rossana, mentre torniamo a casa. Erre Zeta, a cui diamo un passaggio sul fuoristrada, tace.
Per anni, continua Rossana, l'insegnamento l'ha fatta impazzire. Sedersi alla cattedra, davanti a venti facce che la scrutavano, o meglio che scrutavano il muro dietro di lei, come se lei non ci fosse proprio... Sedersi alla cattedra, e procedere alle piccole, solite operazioni meccaniche della firma del registro, delle compilazioni, dell'appello, che almeno, proprio perché meccaniche, qualche secondo di sollievo lo concedevano... Spiegare una lezione qualsiasi cercando di esprimere concetti che a lei, che li aveva covati per ore nel cervello, sembravano chiari, onestamente chiari, e scoprire a poco a poco, mentre le parole le uscivano di bocca, che niente di quello che diceva era davvero capito dagli allievi, e forse nemmeno accettato se non per tacita convenzione... E non era certo colpa loro, o di chi li aveva messi al mondo, o di chi li aveva educati prima di lei... e nemmeno colpa sua, della Coretti, che gesticolava a piene mani nello sforzo di rendere limpide le oscurità impacciate che si sentiva uscire dalle labbra, le frasi interminabili infarcite di incisi che a loro volta sfociavano in altri incisi che a loro volta... gli anacoluti inevitabili in cui scivolava per cercare di risistemare la sintassi di periodi di cui non ricordava più l'inizio...
Per anni, continua Rossana, l'insegnamento l'ha fatta impazzire. Sedersi alla cattedra, davanti a venti facce che la scrutavano, o meglio che scrutavano il muro dietro di lei, come se lei non ci fosse proprio... Sedersi alla cattedra, e procedere alle piccole, solite operazioni meccaniche della firma del registro, delle compilazioni, dell'appello, che almeno, proprio perché meccaniche, qualche secondo di sollievo lo concedevano... Spiegare una lezione qualsiasi cercando di esprimere concetti che a lei, che li aveva covati per ore nel cervello, sembravano chiari, onestamente chiari, e scoprire a poco a poco, mentre le parole le uscivano di bocca, che niente di quello che diceva era davvero capito dagli allievi, e forse nemmeno accettato se non per tacita convenzione... E non era certo colpa loro, o di chi li aveva messi al mondo, o di chi li aveva educati prima di lei... e nemmeno colpa sua, della Coretti, che gesticolava a piene mani nello sforzo di rendere limpide le oscurità impacciate che si sentiva uscire dalle labbra, le frasi interminabili infarcite di incisi che a loro volta sfociavano in altri incisi che a loro volta... gli anacoluti inevitabili in cui scivolava per cercare di risistemare la sintassi di periodi di cui non ricordava più l'inizio...
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