martedì 15 luglio 2008

Il rovescio -4

Un giorno dai campi di terrarossa ci era sembrato di sentire una parola.
Da allora ci eravamo convinti che ci chiamassero così.
Non era stato necessario accertarsi che avessimo sentito bene, e nemmeno che la parola fosse rivolta a noi. Io appena un refolo di vento mi aveva servito la parola all’orecchio, un brandello di essa, avevo lasciato la palla rimbalzare.
Amanti?
Io li spacco, io li spacco, aveva detto mio fratello.
Ci eravamo seduti sulla panchina, senza acqua da bere come sempre, le gambe nude al sole, i peli che si rizzavano beati.
Come amanti se non ci piacciono nemmeno le stesse ragazze. Non sembriamo neanche fratelli, e mi leccavo gocce di sudore dalle labbra.
Io ero attratto da ragazze che mangiavano salsicce, secondo mio fratello, e come me a furia di mangiare salsicce avevano assunto la forma di una salsiccia. Mio fratello, secondo me, si innamorava di ragazze che bevevano, bevevano solo e non mangiavano mai, e che ubriache volevano essere riportate a casa e sorrette come vassoi pieni di bicchieri.
Era tutto buchi lì. Buchi che si aprivano tra le corde lente della mia racchetta, buchi nella terra, nella rete, nel sintetico.

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