Strisciavamo sotto la rete. Non eravamo riusciti ad allargare le maglie con la pinza presa a nostro zio. Avevamo scavato un buco nella terra come talpe, con le mani che sembravano zampe di talpe, rosa e marroni. La terra sotto le unghie premeva come per staccarle e le orlava di un marrone che non veniva via neanche con lo spazzolino. Quando erano lunghe ce le mangiavamo, addentandole con gli incisivi e sentivamo i sali della terra, grossi e indigesti.
Odiavo strisciare. Sudavo e vedevo mio fratello saltare dall’ultimo scalino e le Adidas atterrare sul sintetico. Si infilava già le palle in tasca, quante più poteva, e io ero ancora sottoterra.
Ne valeva la pena. Percorrevamo a piedi metà dell’anello dell’ippodromo. Sentivamo rombare gli zoccoli dei cavalli, come tuoni, sotto le gomma delle suole che trasmetteva ogni vibrazione spenta. Gli alberi, a cui nessuno ci aveva mai insegnato a dare un nome e dei cui nomi non ci importava un fico, erano tutto quello che vedevamo intorno. Erano sparite le case e le montagne. Ogni tanto si vedeva il tetto di una caserma di cui sapevamo il nome perché era scritto ma ci confondevamo, era Dolo o Dula.
Avevamo provato ad entrare come tutti dal vialetto del circolo, e avevamo sbagliato colpi su colpi da subito, senza nessuna voglia di raccogliere le palle da terra.
Non potevamo sopportare che ci vedessero, ecco cos’era. Dalla direzione ci vedevano anche se non li vedevamo.
Mentre continuavo a strisciare, impercettibilmente, per evitare che la maglietta si strappasse, vedevo il futuro. Lo vedevamo tutti e due. Un rovescio da fondocampo che avrebbe tagliato diagonalmente e che mio fratello si sarebbe tuffato per prendere e avrebbe preso, senza colpire, solo tenendo la racchetta salda, smorzando la palla che appena oltre la rete sarebbe stata risucchiata dal sintetico in verticale, rimbalzando tre quattro volte prima che io potessi anche solo muovermi.
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