mercoledì 4 giugno 2008

da "Le ultime parole" 9

Tim aveva i piedi piatti. Fin da bambino aveva odiato camminare, e sua madre lo aveva assecondato, facendolo camminare il meno possibile. Sua madre era il contrario delle madri degli altri: faceva di tutto per rendere la sua salute cagionevole.
Dopo un paio di chilometri i piedi gli procuravano fitte di dolore che gli risalivano i polpacci. Era come se non sapesse esattamente come si faceva a camminare, e muovesse i piedi un po’ come gli veniva, a casaccio.
In città era sempre la stessa storia. Dopo appena dieci minuti che era arrivato, non vedeva l’ora di ripartire. Finiva per trascinare i piedi come due appendici fastidiose, cercando di concentrarsi su altre parti del corpo meglio funzionanti, le braccia, il bacino. Non c’era niente da fare, la vita gli defluiva dai piedi passo dopo passo. Sarebbe morto camminando. Ogni volta in città era un’interminabile, lugubre passeggiata in cui non riusciva ad interessarsi di nulla se non a certi segni, nelle facce delle persone, nelle gigantesche insegne di bibite di Times Square, nei suoni di pneumatici, sirene, tamburi.

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