Una volta Esther l’aveva fatto camminare con una mela in equilibrio sulla testa. Gli aveva sfilato scarpe e calzini mentre lui guardava la televisione e gli aveva detto di mettersi in piedi davanti alla finestra.
Tim aveva obbedito. Aveva alzato il mento e guardato davanti a sé, cercando di tenere lo sguardo fisso. Esther gli aveva detto di stare diritto. Tim si era raddrizzato ancora di più, con i palmi che aderivano alle cosce, le natiche strette.
Esther gli aveva detto che era tutto storto.
Come storto?
Hai una spalla più alta e una più bassa.
E il braccio destro è il doppio del sinistro.
Tim non si era mosso dall’attenti. Sentiva la voce di Esther provenire dal divano, ma vedeva solo il mobile con la vetrinetta in fondo alla stanza, pieno di bottiglie dai colori opachi che non venivano mai aperte. La luce colpiva un enorme cilindro giallo, un liquore al miele regalato da zio Grant.
Il braccio è da quando giocavo a tennis da piccolo. Per questo mia madre mi ha fatto smettere.
Sì, vieni dalla mamma.
Esther all’improvviso gli era di fianco. Gli aveva preso il collo e affondato la faccia tra i seni.
Ecco bevi un po’ di latte.
Esther aveva riso, e Tim aveva pensato “mia madre non avrebbe riso” e nel formulare la frase si era dimenticato che sua madre non l’aveva mai allattato per un problema ai capezzoli, e per un attimo aveva cercato nella mente il nome di sua madre, che d’altronde non è che avesse pronunciato così spesso e quindi era comprensibile che se lo fosse dimenticato per un secondo. Trovava insopportabile chi chiamava la propria madre per nome. La propria madre non ha nome.
Tim era rimasto tra i seni finché aveva potuto. Non aveva alcuna intenzione di levarsi da lì. Era agosto. La pelle dei seni era sudata, salata sulle labbra. Tim aveva cominciato a leccare.
Dai, al lavoro adesso.
Esther si era allontanata dalla sua bocca, lasciandolo con la faccia accaldata e le labbra socchiuse. Gli aveva preso la mascella tra le dita e gliel’aveva girata verso il mobiletto dei liquori con la precisione di un compasso.
Non sei diritto.
Più Tim cercava di raddrizzarsi più scopriva quanto era lontano dal raddrizzarsi. C’era sempre un margine di miglioramento che si apriva.
Esther gli aveva appoggiato la mela sulla testa. Gli aveva detto che aveva la testa ovale. Tim aveva pensato che a Esther piaceva la sua testa ovale ma anche che non aveva mai notato prima la sua testa ovale, come non aveva notato che il braccio destro era il più sviluppato.
Tim era voluto restare con la mela sulla testa il più a lungo possibile, aspettando che Esther dicesse qualcos’altro, magari sulla forma delle sue natiche.
Tim aveva obbedito. Aveva alzato il mento e guardato davanti a sé, cercando di tenere lo sguardo fisso. Esther gli aveva detto di stare diritto. Tim si era raddrizzato ancora di più, con i palmi che aderivano alle cosce, le natiche strette.
Esther gli aveva detto che era tutto storto.
Come storto?
Hai una spalla più alta e una più bassa.
E il braccio destro è il doppio del sinistro.
Tim non si era mosso dall’attenti. Sentiva la voce di Esther provenire dal divano, ma vedeva solo il mobile con la vetrinetta in fondo alla stanza, pieno di bottiglie dai colori opachi che non venivano mai aperte. La luce colpiva un enorme cilindro giallo, un liquore al miele regalato da zio Grant.
Il braccio è da quando giocavo a tennis da piccolo. Per questo mia madre mi ha fatto smettere.
Sì, vieni dalla mamma.
Esther all’improvviso gli era di fianco. Gli aveva preso il collo e affondato la faccia tra i seni.
Ecco bevi un po’ di latte.
Esther aveva riso, e Tim aveva pensato “mia madre non avrebbe riso” e nel formulare la frase si era dimenticato che sua madre non l’aveva mai allattato per un problema ai capezzoli, e per un attimo aveva cercato nella mente il nome di sua madre, che d’altronde non è che avesse pronunciato così spesso e quindi era comprensibile che se lo fosse dimenticato per un secondo. Trovava insopportabile chi chiamava la propria madre per nome. La propria madre non ha nome.
Tim era rimasto tra i seni finché aveva potuto. Non aveva alcuna intenzione di levarsi da lì. Era agosto. La pelle dei seni era sudata, salata sulle labbra. Tim aveva cominciato a leccare.
Dai, al lavoro adesso.
Esther si era allontanata dalla sua bocca, lasciandolo con la faccia accaldata e le labbra socchiuse. Gli aveva preso la mascella tra le dita e gliel’aveva girata verso il mobiletto dei liquori con la precisione di un compasso.
Non sei diritto.
Più Tim cercava di raddrizzarsi più scopriva quanto era lontano dal raddrizzarsi. C’era sempre un margine di miglioramento che si apriva.
Esther gli aveva appoggiato la mela sulla testa. Gli aveva detto che aveva la testa ovale. Tim aveva pensato che a Esther piaceva la sua testa ovale ma anche che non aveva mai notato prima la sua testa ovale, come non aveva notato che il braccio destro era il più sviluppato.
Tim era voluto restare con la mela sulla testa il più a lungo possibile, aspettando che Esther dicesse qualcos’altro, magari sulla forma delle sue natiche.
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