lunedì 16 giugno 2008

da "Le ultime parole" 13

Tim era seduto in un bar sulla Quinta Avenue. A parte che fosse la Quinta Aveue, non aveva idea di dove si trovasse. Era almeno un’ora che camminavano sulla Quinta Avenue. Esther aveva detto che se rimanevano sulla Quinta Avenue avrebbero trovato l’hotel. La Quinta Avenue non l’aveva mai tradita. Invece su Broadway non si orientava. Tim aveva sperato che Esther la smettesse di dire “Quinta Avenue”, aveva pensato a come farla smettere.
“Questa è l’ultima volta che posso sedermi” pensò, e distese le gambe sotto il tavolo.
A stare fermo i piedi gli facevano ancora più male. I destro pulsava di dolore: due vesciche sul calcagno, una sotto il pollice e una sul mignolo. Il sinistro era indolenzito, avrebbe voluto grattarselo fino a sanguinare.
Tim aveva capito che era l’ultima occasione quando Esther si era offerta di andare a comprare dei cerotti in farmacia. Gli aveva appoggiato il palmo della mano sulla nuca e l’aveva tenuta lì, come se la sua testa non riuscisse a reggersi da sola. Tim sapeva che i cerotti non sarebbero serviti a niente.
“Sono incurabile” pensò, “ho i piedi rovinati”.
Pensò che avrebbe dovuto starsene seduto o sdraiato per almeno due giorni. I piedi non ce la facevano a sostenere il peso del corpo. Erano così fragili. La loro anatomia era completamente inadeguata, con tutte quegli ossicini. Pensò che aveva piedi malati, che sua madre doveva mandarlo da uno specialista quando era bambino. Esther non capiva la gravità della situazione, ma d’altronde è impossibile spiegare la propria madre. Le famiglie erano sempre inspiegabili per Tim. Si sentiva mortalmente affaticato solo a pensare di dover raccontare sua madre.
I cerotti l’avrebbero costretto ad alzarsi. Esther aveva riposto nei cerotti una certezza fanatica. Dopo un paio di isolati gli avrebbe chiesto come stava, e non sarebbe stato possibile dirle che quei cazzo di cerotti non facevano niente.
Al tavolo di fianco il cameriere aveva stappato una bottiglia.

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