domenica 30 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 9

L'indomani mattina, distrutto dalla nottata, passai davanti alla porta della cameretta di Carlotta, e non potei resistere all'idea di accostare l'orecchio. Sentii Carlotta cantare sommessamente, quasi con affanno. Più che un canto, era un borbottio continuo, una sorta di complesso contrappunto a una sola voce, di cui intuivo le trame polifoniche - o almeno, così mi pareva. Dopo quasi un minuto, riconobbi quel brano. Non era una canzoncina, o un brano scritto per voce umana, ma un arzigogolatissimo preludio per pianoforte di Skriabin, che avevo in disco, a casa, eseguito da Radu Lupu. Carlotta canticchiava Skriabin, la mattina. E non la melodia, si badi, non la semplice melodia, ma proprio, con salti veloci per quanto a volte approssimativi tra registri diversi, tra intervalli lontanissimi, proprio tutto il brano, dalle tramature di accordi di dolente indecisione armonica, destinati a divaricarsi dalla mano sinistra alla destra lungo tutta o quasi la tastiera, alle tracce di melodia inquieta che si scontravano, ondivaghe, tra il registro medio e quello sovracuto.
Ero incantato: sentivo quella voce così concentrata, così tesa nello sforzo di borbottare tutto il borbottabile, che non potevo immaginare Carlotta intenta ad altre occupazioni se non a quella di cantare. Non stava certo mettendo ordine nella stanza, e non faceva nemmeno esercizi di ginnastica mattutina. Me la figurai allora, seduta o inginocchiata sullo scendiletto, mentre fingeva di suonare quel preludio sul materasso, a memoria, lasciando correre sul lenzuolo le mani veloci, come granchi spaventati... rispettando la diteggiatura con scrupolo, e riproducendo con la bocca, fin dove possibile, quei suoni che il materasso non poteva certo dare. Confesso che non ho mai amato Skriabin in modo particolare; ma in quel momento, bisbigliato da quella voce, quel breve preludio tutto ghirigori e spasimi tardoromantici mi sembrò l'opera definitiva di un genio.
Passammo i primi due giorni a spulciare archivi, a trascrivere dati e a spiaccicare zanzare grosse come aeroplanini. Il bel collo di Carlotta, con tutte quelle punture che si andavano accatastando nonostante le creme e gli spray per respingere gli insetti, così maculato pareva quello di una giraffa, più che di un cigno - ma questo evitai di dirglielo. Durante il pomeriggio e la sera, cercammo di metterci in contatto con la professoressa Maranza Primis, per avere ragguagli: invano. In assenza del suo consenso, decidemmo di andare avanti ugualmente insieme, almeno agli inizi, come d'altra parte continuava a confermarci per telefono, con un tono di voce sempre più spazientito, l'amante della professoressa.
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da "1981" - 2

Il rettangolo di cemento era a pochi centimetri dalle punte delle mie scarpe. Ma se allungavo il piede mi ritrovavo a dondolare le Superga nel vuoto e mi prendeva la vertigine. Superga azzurre, con le suole consumate all’interno perché trascinavo i piedi invece che camminare, difetto che i miei genitori avevano cercato di correggere facendomi andare avanti e indietro nel corridoio tra cucina e salotto per un’ora al giorno, con una mela in equilibrio sulla testa, predicendomi con gravità un futuro da storpio. Io però non riuscivo ad immaginarmi da grande, “in una sedia a rotelle”, come precisava mia madre. Ero sicuro che non mi sarei mai allontanato dalla mia postazione sul balcone, a guardare i ragazzi giocare a hockey sull’asfalto. Il futuro era impensabile. Fino al 1992 il tempo fu una giornata, sempre la stessa, che ricominciava ogni mattina. Il mio orizzonte era in basso, venti metri sotto di me, che sembravano venti centimetri, uno spazio grigio delimitato dalle facciate verde pisello, beige e bianco crema dei palazzi.
La palla da tennis che rimbalzava contro le porte metalliche dei garage era come un richiamo – un suono sferragliante, fastidioso, che spesso causava le proteste della Vedova. La Vedova, il cui nome sul campanello, Beltrami, veniva ignorato da tutti, si affacciava dalla finestra e urlava parolacce che rimbalzavano oscene e barocche tra le mura dei condomini: “Figliastri di troia! coglionazzi! Basta merdaccia miseria!”
Non sapevo mai quando i ragazzi avrebbero cominciato a giocare. Infilavo i piedi tra le sbarre arrugginite della ringhiera del bancone, e stavo lì, con le gambe penzoloni ad aspettare. I ragazzi arrivavano tutti insieme, in bicicletta, tra risate e rutti. Ce n’era uno, che chiamavano Deca, che riusciva a cantare le parole delle canzoni ruttando. Le melodie erano intrappolate in quelle instabili bolle d’aria con una maestria irraggiungibile. “D-a-m-m-i-u-n-a-l-a-m-e-t-t-aaa… t-i-t-e-l-e-f-o-n-o-n-t-i-t-e-l-e-f-o-n-o-n-oooo…”
I ragazzi cominciavano a correre su e giù per il cortile mulinando la mazza alla cieca, sperando di colpire la pallina, che era quasi invisibile, e si sapeva che c'era solo quando colpiva i garage. Si chiamavano per nome, più per il gusto di urlare i loro nomignoli che per necessità: Giango. Spina. Cartone. Seggia. Mazza. Nodari. Trombo. Petrone. Scureggia. Nero. Deca.

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sabato 29 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 8

Ai tempi in cui il professor Carapaci, di filologia musicale, mi aveva convinto a rivolgermi alla sua collega Maranza Primis, di etnomusicologia, non conoscevo ancora Carlotta. La professoressa Maranza Primis, quell'anno, stava tenendo un seminario sui canti delle contadine della bassa pianura, e per l'esame ci aveva invitati, con un tono che suonava eufemistico e proprio per questo maggiormente imperioso, ad armarci di un magnetofono, a spendere qualche soldo in camere d'albergo, e ad andare a registrare gli ultimi stornelli dalla viva voce delle ultime contadine. L'obiettivo era di operare un censimento e tracciare una mappa, à la Bartók o à la Kodály, e pubblicare il tutto sotto il solo nome della stessa Maranza Primis, e al massimo con un ringraziamento per noi, tutti assieme e senza citazione dei nomi. Non mi sembrava una gran cosa - all'epoca provavo ancora qualche sussulto di moralismo -, ma era l'unica condizione per poter chiedere alla professoressa di concedermi la laurea. Avevo elemosinato i soldi dai miei, sorvolando sul fatto che sarebbero serviti per un semplice seminario, e mi ci ero comprato subito un registratore portatile giapponese. Prima di partire, avevo prenotato per un mese una stanza singola in un alberghetto a una stella nei dintorni della zona che mi era stata assegnata dalla professoressa, con cucina casalinga, pergolato, e un bagno con doccia per piano. Era l'inizio di luglio.
La cameretta a mia disposizione aveva la comodità di un loculo per poveri. Un neon illuminava, baluginando con tremori ritmici regolari, un letto la cui curvatura del materasso pareva essere studiata per provocare scivolamenti centrifughi. Le pareti, di un involontario color crema, erano tappezzate di orribili carcasse di zanzare spiaccicate, e di scarpate allungate per spiaccicare le zanzare.
La prima sera, a cena, m'ero portato da studiare, al mio tavolo, per non dovere scambiare opinioni con nessuno, e per darmi un'aria intellettuale e impegnata a cui però nessuno badava. Mangiando il brodo di dado con la pastina così scotta che mi si scioglieva in bocca, studiavo il piano di lavoro. Prima fase: studio del territorio. Colloquio con il parroco del paese e richiesta di consultazione degli archivi parrocchiali, alla ricerca di vecchie donne pie e possibilmente vive, che avessero magari cantato in chiesa e cose del genere. Sapevo che, per certe cose, gli archivi delle parrocchie sono una miniera di informazioni preziose, che per esempio le anagrafi comunali trascurano. In ogni caso, sarei andato subito dopo al comune, per avere la conferma che le pie donne non fossero decedute - e questa sarebbe stata la seconda fase. Terza fase: ricerca porta a porta delle vecchie in vita, per convincerle a cantare il loro repertorio di canzoni. Quarta fase...
"Che ci fa lei qui?" disse d'improvviso una voce femminile al mio fianco. Sobbalzai.
Seduta a un tavolo vicino al mio, stava una ragazza che avevo intravisto al seminario. Anche lei, pareva, coinvolta nel progetto di registrazione e trascrizione dei canti contadini. La prof. Maranza Primis, capii, aveva affidato ad entrambi la stessa zona, forse per distrazione. Ed eravamo finiti nello stesso alberghetto, l'unico nel raggio di parecchi chilometri.
"Mi chiamo Carlotta. E lei?"
"Cosimo. Piacere".
Era una bella ragazza, dall'aria intellettuale e dal lungo collo da danzatrice alla Balanchine. La sua mano si allungò sinuosa fino a me. Gliela strinsi. Aveva la presa forte e le dita nervose e muscolose della pianista professionista.
"Piacere. Secondo lei è il caso di avvisare la professoressa Maranza Primis del fatto che siamo in due qui in una sola zona?"
"Dici... dice che..."
"Non vorrei che questo inconveniente pregiudicasse il risultato del mio esame di etnomusicologia. E del suo, naturalmente. Sa, io ci terrei a mantenere la mia media del trenta".
Carlotta avrebbe continuato a darmi del lei fino ai pochi secondi precedenti il nostro primo orgasmo insieme.
"Complimenti per la sua media" dissi, adeguandomi al lei. Era davvero una ragazza fine, con un'espressione riservata e superiore che a fasi alterne inibiva o eccitava. Finimmo per sorbire i brodini allo stesso tavolo, il mio, perché il suo traballava. Decidemmo anche di dare dopo cena un colpo di telefono alla Maranza Primis, per sincerarci che il nostro accoppiamento, per dir così, le andasse a genio.
La professoressa non era in casa; ma il suo amante del momento, un ex cameriere con precedenti penali per sfruttamento della prostituzione, ci disse di andare avanti tranquilli, che alla signora avrebbe parlato lui, a letto. La cosa sembrò non rassicurare molto Carlotta; e anch'io rimasi perplesso.
La notte la trascorsi - da solo - a difendermi da zanzare che trapanavano le lenzuola, e a sentire le gocce di sudore che scivolavano lungo il mio costato. Cercando di rimanere fermo il più possibile, per non sudare oltre, mi impedii di dormire per ore; ma di quando in quando feci alcuni sogni molto vividi - essenzialmente popolati di zanzare - tra cui un paio di elaborate fantasie erotiche nelle quali anche l'appena conosciuta Carlotta aveva qualche parte. Il risultato di tutto fu una polluzione che lasciò segno su entrambe le lenzuola.
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venerdì 28 dicembre 2007

da "1981" - 1

C’era un solo campo sintetico al Circolo. Era in condizioni pessime. Non era stato smantellato, ma nessuno si occupava della manutenzione. La rete era quasi interamente stracciata, e odorava di marcio. Il campo era pieno di buche. Alcune così profonde che poteva rimanerci impigliata una scarpa. Ogni tanto andavamo a giocare dopo che aveva piovuto. L’acqua ci arrivava alle calcagna. Era impossibile far rimbalzare la palla. Ma noi cercavamo di divertirci lo stesso, testardi.
I nostri compagni di scuola ci chiamavano “i finocchi del tennis”. Tutti i ragazzini della nostra età adoravano il calcio. Avevamo scelto il paese sbagliato per amare il tennis. Non che volessimo essere snob, avremmo fatto volentieri a meno di essere chiamati “finocchi”. Era come se il tennis fosse l’unico sport che si adattasse perfettamente alle nostre vite, ne eravamo attratti come da una forma di felicità riservata a noi. Non ci perdevamo una partita di Lendl alla televisione. Eravamo conquistati dal fatto che Lendl giocasse da fondocampo, e che non fosse genio e sregolatezza come quella testa di cazzo di McEnroe. Lendl era una macchina da guerra. Prima di battere si strappava sempre un ciglio dall’occhio. Stava minuti interi a cercare di togliersi quel ciglio. Era un rituale che stremava psicologicamente gli avversari.
Nostro zio Felice ci aveva trasmesso l’amore per il tennis fin da quando avevamo sei anni, cioè da quando perdemmo i genitori. Restarono uccisi in un incidente d’auto di cui non vennero mai chiarite le circostanze. O forse alla fine vennero chiarite, ma stranamente a noi non importava così tanto. Potrà sembrare orribile, ma tendevamo continuamente a dimenticarci di mamma e papà, se non fosse che andavamo al cimitero a trovarli ogni domenica perché nostro zio ci obbligava. Mentre guardavamo le loro fotografie ovali sulla lapide ci veniva un po’ da piangere. Erano così diversi da come ce li ricordavamo! Ma poi ci rendevamo conto che non ce li ricordavamo bene. E quelle foto imprecise era l’unica cosa che ci restava di loro. Tutto durava poco. Un’ora più tardi eravamo a lezione di tennis con nostro zio. Se non riuscivamo a raccogliere la pallina senza piegarci, usando solo il piede e la punta della racchetta, ci beccavamo una racchettata sul palmo della mano. A ripensarci, i comportamenti di nostro zio erano da psicopatico, ma allora ci sembravano perfettamente normali.
Una rete metallica separava il Circolo da un camping aperto tutto l’anno. Le palle che finivano al di là della recinzione non erano mai perse. C’era sempre qualche turista, seduto davanti alla roulotte a fumarsi una sigaretta in costume da bagno, che ce la ritirava di qua. La maggior parte degli ospiti del camping non aveva niente da fare. C’era una piscina, ma la usavano solo i bambini. Si sentivano rumori di tuffi, e grida di bambini piccoli che a noi sembravano di animali. Gli adulti se ne stavano a dormire dentro le roulotte, e qualcuno era seduto fuori, senza altro da fare che semplicemente starsene seduto. Per noi era inconcepibile. Arrivavamo al campo, sudavamo tre, quattro, a volte cinque ore e poi ce ne andavamo sfatti, disidratati, ma già pensando alla prossima partita. Io a come avrei battuto mio fratello, sicuro che sarei finalmente riuscito a concentrarmi. Mio fratello non so. Però sicuramente pensava anche lui al tennis. Probabilmente a come affinare un colpo, a come farmi venire sotto rete e farmi sbagliare senza sprecare energie. Sotto rete mi trasformavo da discreto giocatore a incapace, patetico buffone. Mulinavo la racchetta sparando la palla nel piazzale del camping. Lo facevo apposta. Dopo mezz’ora di partita, regolarmente qualcosa si inceppava e cominciavo a sbagliare i colpi più semplici. Gli errori si accumulavano, e una rabbia cieca mi montava dentro finchè non esplodevo in una furia autodistruttiva, urlando come un pazzo e lanciando la racchetta contro la rete, con tale violenza che ne perforava le maglie marce, obbligando mio fratello a scansarsi.

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mercoledì 26 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 7

Avevo conosciuto Carlotta durante un seminario di Etnomusicologia della professoressa Maranza Primis. All'epoca era una ragazza magra, dal lungo collo cignesco e dall'aria un po' severa e svagata, una silhouette che sarebbe piaciuta al Balanchine senile. Si era appena diplomata in pianoforte, al conservatorio, e per sovrappiù di musicofilia s'era pure iscritta al mio stesso corso all'Università. Quel seminario terribile, passato a registrare voci di vecchie mondine in piena estate in mezzo a lande umide infestate da zanzare grosse come libellule e da libellule che venivano intercettate dai radar degli aeroporti – quel seminario si era risolto in un fallimento totale quanto agli sviluppi della ricerca, però mi aveva permesso di familiarizzare con la bella Carlotta dal collo di cigno tormentato dalle punture delle zanzare.
Carlotta possedeva una memoria prodigiosa, che le permetteva di avere in repertorio tutto lo Skriabin per piano solo, e anche buona parte di quello per piano e orchestra. Alle volte, seduti al suo strumento, un mezzacoda color crema che sapeva di pulito come un'automobile nuova, suonavamo la riduzione per due pianoforti del concerto di Skriabin; lei interpretava la parte solista, io accennavo al resto dell'orchestra, come potevo, saltellando da un estremo all'altro della tastiera e approfittandone ogni tanto per schioccare un bacio su quel collo lungo e bianco che mi trovavo dinanzi, o di lato. Il suo tocco era delicato ai limiti del morboso, aveva un che di decadente ma allo stesso tempo di spirituale. Era capace di languori estenuati, che mi facevano tremare di impazienza e scioglievano la mia concezione del tempo, altrimenti stravinskianamente metronomica o quasi – e subito dopo, di esplosioni spiritate, dilaniate, che la costringevano a gettarsi sulla tastiera con tutto il peso e con una rabbia simile alla possessione. In quei momenti, la sentivo digrignare i denti, le vedevo la pelle arrossarsi, i muscoli e i nervi tendersi sulle spalle, ed era come assistere a una metamorfosi. Quasi le vedevo il collo allungarsi.
Io, invece, mi arrangiavo come potevo. Non ho mai avuto molta propensione per la pratica dell'esecuzione; già da ragazzino, ai tempi del mio apprendistato musicale, quando frequentavo i primi anni del corso di pianoforte, preferivo di gran lunga le lezioni aride di solfeggio e teoria musicale, o quelle più avanzate di armonia, tutte basate su combinazioni algebriche - che una volta a casa, e per i cavoli miei, scardinavo allegramente nei miei acerbi tentativi di composizione; preferivo quelle lezioni, che tutti gli altri trovavano di una noia intollerabile, a quelle di strumento, a cui mi presentavo sempre svogliato o troppo poco preparato. Ricordo anzi che il disamore per la pratica pianistica era così grande, che spesso mi accorgevo solo all'ultimo momento, pochi minuti prima che toccasse a me, di avere le unghie troppo lunghe. Così, per evitare i rimproveri della maestra, passavo quegli ultimi minuti fuori della porta a rosicchiarmi con furia le unghie, per livellarle a dentate, a morsi, e riducendole a cartilagini sfrangiate che si inceppavano su ogni stoffa.
Carlotta, no. Si era messa a suonare il pianoforte di casa a cinque anni, a sette già aveva commosso fino alle lacrime, fin quasi al deliquio le vecchie dame del parentado eseguendo alcuni veloci schizzi di Chopin, a undici aveva già dato l'esame di quinto anno, a quindici aveva scoperto gli accordi decadenti, le solenni morbosità di Skriabin, a ventidue, sentendosi pronta, aveva proposto al professor Zorak, di Estetica Musicale, una ricerca di laurea sul rapporto profondo tra il celebre accordo mistico di Skriabin (celebre, no? basta mettere assieme vari intervalli di quarta e non risolverli, grosso modo) e certe teorie metapsichiche fin de siècle. Il pianoforte era insomma per lei un prolungamento del corpo, anzi la vera sede dell'anima, mentre io... io al massimo dovevo rappresentare quello che l'uomo del mantice è per un organista in una chiesa senza elettricità. Soprattutto in questi ultimi mesi, poi, di fronte allo smorzarsi della nostra passione... Basta, non ce la faccio più a mentire... devo dirle tutto.
"To', il Cosimo. Chi non muore..." mi dice lei per telefono, quando finalmente riesco a rintracciarla.
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martedì 25 dicembre 2007

The Black Biscotti - 13

La mano di Piazza gli scivola sotto l’ascella spuntando dal buio, attaccata ad un braccio che entra nel cono di luce del lampione come se non fosse attaccato a niente. Giovanni si volta e vede una fila di denti bianchi che gli sorridono.
Il fianco di Piazza preme contro il suo a cercare una perfetta aderenza, obbligandolo a irrigidirsi. Camminano così allacciati per dieci lunghi minuti, mentre Piazza riempie ogni piccolo silenzio con frasi di circostanza che cominciano tutte con “mio caro amico” e che accerchiano Giovanni con una cordialità insidiosa.
Quando Piazza si scosta - con una certa soddisfatta stanchezza, come dopo un amplesso - la mano che si posa sulla spalla di Giovanni battendo colpetti cordiali è come una stretta che non lo lasci andare più.
Piazza gli sta di fronte adesso, la brace della sigaretta che si accende e affievolisce a intervalli regolari. Giovanni è investito da una lingua rapidissima, sincopata, di cui fa fatica a capire tutto, inframmezzata di parole italiane storpiate, pronunciate con accenti sbagliati che le rendono irriconoscibili. Ad ognuna di queste parole la bocca di Piazza si apre in un sorriso che nella sua massima estensione arriva a scoprire l’otturazione d’oro di un molare.
L’anello che stringe il medio grassoccio di Piazza, dall’unghia larga e bluastra come un glande, è un riflesso che si agita davanti agli occhi di Giovanni cercando di ipnotizzarlo.
Piazza gli parla di cibo. Pane, olio d’oliva, meatballs, parmiggiano, mozzarella, mortadella: enuncia le parole come se appartenssero ad una lingua morta. Lo saluta muovendo la mano all’altezza della sua testa come per battezzarlo, e per Giovanni è una sorpresa l’essere lasciato così, senza nessuna rivelazione o minaccia o proposta.
Cammina verso casa, massaggiandosi le tempie. È stata una notte interminabile. Come se non fossero bastati tutti i whisky che ha dovuto buttare giù con il pianista (sempre stati una medicina amara per lui), e gli infiniti dettagli sul suo divorzio che non ha potuto fare a meno di ascoltare, inerte, inchiodato dal tono lamentoso di Jacob, e il fumo delle sigarette schierate davanti a lui nel pubblico come facce, che gli aveva fatto lacrimare gli occhi (tanto che una ragazza gli aveva prestato il suo collirio), durante tutta la seconda parte del concerto gli era apparsa una macchia rosa, sfocata al margine dello sguardo, in alto a destra. E adesso è come se avesse firmato la cessione della propria anima sotto ipnosi e non si ricordasse nulla.
Mentre passa davanti a una rivendita di Toyota imbadierata a festa, pensa agli occhi bovini e giallognoli di Piazza che lo guardavano come un esemplare raro, con golosità. Se lo immagina gettare lo stesso sguardo sopra un piatto di spaghetti alle vongole prima di schiudere quella sua dentatura interminabile (prima, per un momento gli è venuto la tentazione di contargli i denti mentre sorrideva) e divorarlo.
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lunedì 24 dicembre 2007

Un frammento (dalla prima versione de "Le larve")

Prese una stanza all’ultimo piano dell’albergo “Riposo”. Chiese una camera che non desse sulla via centrale, da cui si poteva scorgere il palazzo lontano, ma sul retro, un groviglio di rovi e di lamiere ritorte di orti abusivi abbandonati da anni. Respirò l’aria pesante della stanza chiusa, e si sentì a casa – nella sua cella, cioè: e si sorprese a sperimentare, all’altezza del diaframma, un guizzo di ansia che poteva essere anche nostalgia.
La camera, dall’arredamento modesto e arrabattato, era però sigillata dal coperchio di un ambizioso e incongruo soffitto a travi, travi che attraversavano come spettri le pareti e vi si perdevano, travi che s’incrociavano negli angoli, inseguendo geometrie oblique, alla Piranesi, o alla Escher – lo avrebbe forse pensato, se avesse saputo chi erano Escher e Piranesi. Di giorno, scaldato dal sole, seccato dalla cottura del soprastante tetto di lose, il legno si produceva in scariche, tonfi, spari e urli a cui lui non era preparato, e che dapprincipio lo fecero trasecolare più volte; di notte, il legno, raffreddandosi, riadagiandosi e risistemandosi come in un letto duro, dava altre scariche, altri colpi, non meno intensi e insistiti di quelli diurni, anzi più marcati dal silenzio generale. Egli trascorse in dormiveglia la prima notte, continuamente ridestato da quel rumoreggiare proprio nel momento in cui era per prender sonno; bestemmiando tra i denti, dapprima reagiva rigirandosi nel letto, poi, con il passare delle ore, alzando la voce, insultando quei tonfi, urlando e imprecando a quei rumori, come se si fosse trattato i passi di altri ospiti dell’albergo, che a un immaginario piano superiore giocassero come mocciosi alla settimana per tutta la notte.
In effetti, l’inseguirsi dei rumori lungo il soffitto, il palleggiarsi e il restituirsi delle scariche davano l’idea di qualcosa di vivo, di cosciente – se non uomini, almeno grossi animali, capitati sul tetto e lì indugianti, avanti e indietro, come idioti – coscienti, sì, ma idioti. Gatti? si chiese ad un tratto, verso le due e mezza. No, qualcosa di più grosso. Orsi? tornò a rimuginare alle quattro. In fondo le montagne non sono così lontane da qui, e per quel che ne so le amministrazioni locali possono aver deliberato di ripopolare certe zone protette, perse in valli anguste, proprio con dei fottuti orsi, e questi, invece di cacciare salmoni, o trote, stronzi come sono vengono fino in pianura di notte a fare accattonaggio tra le case, rovistano nei bidoni, razziano i pollai, salgono sui tetti, perché magari dabbasso hanno confuso la sagoma del gallo di ferro sul tetto per un pollastro vero, e se lo vogliono pappare – così ragionava alle quattro. Alle quattro e mezza, ritenne piuttosto che si trattasse di uomini: il gestore dell’albergo, noto insonne, ama fare le riparazioni nottetempo, per risparmiare tempo. Decise che al risveglio lo avrebbe ucciso. Alle cinque, cambiò idea: erano rumori non abbastanza umani – erano forse segnali in uno spettro. Il famoso spettro dell’albergo “Riposo”. Probabilmente un cliente morto avvelenato per le porcherie ingerite a cena, o uno stronzo malato di cuore schiattato mentre si scopava la cameriera in una di queste camere – proprio in questa, forse. Se era un fottuto fantasma, avrebbe smesso all’alba, si disse, confortato appena da quest’ultimo pensiero.
Ma all’alba, non appena il sole ricominciò a scaldare l’aria, il legno, che non si era ancora del tutto placato, si rimise in moto con rinnovata lena, e cantò le sue lodi all’astro nascente come mai prima.
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domenica 23 dicembre 2007

The Black Biscotti - 12

Infila la mano nella tasca dei pantaloni, un paio di jeans rosa attilati, dove è affondata la chiave, e l’unghia del pollice si spezza.
Le unghie di Angela sono fragilissime. Cerca sempre di tenere le mani distanti dal corpo e di muoverle con circospezione, aprendo alle braccia con una solennità involontaria, quasi sacerdotale, ma le superfici intorno a lei sembrano essere tutte spigoli e insidie. Vorrebbe avere unghie indistruttibili, lunghe e affilate come coltelli. Una volta mentre Joey si muoveva dentro di lei, con brevi affondi e guizzi improvvisi - come un pesce che risalga la corrente, aveva pensato – Angela lo aveva voluto più dentro e gli aveva artigliato le chiappe con impazienza e premuto, sentendo l’onda del godimento defluire, e l’unghia dell’indice destro, la più lunga che avesse mai avuto, l’unghia che aveva impiegato due mesi a crescere e limare fino a renderla la più bella tra le unghie, e che aveva ammirato nello specchio del bagno ogni mattina, viola e scintillante, posata sulla bianca e abbacinante vastità del suo fianco, l’unghia si era spezzata contro la pelle di Joey, il muscolo irrigidito sull’orlo nell’orgasmo. Ma la sensazione dell’unghia che si rompeva era ingigantita sul filo della loro epidermide, e aveva allentato i loro corpi e reso impossibile continuare. Avevano spento la luce (era Angela a volerla accesa, per vedere i propri fianchi circondare il bacino di Joey come un salvagente) e cercato di addormentarsi in fretta per non vedersi risucchiare in quella spirale di sfortuna di cui non parlavano mai, sempre in agguato sotto i loro piedi.
Angela è ferma davanti a casa, con la mano destra sospesa a mezz’aria, l'unghia spezzata impressionante come una ferita. Tutto comincia a incrinarsi come in uno specchio caduto a terra: la rampa di scale, la finestra di casa attraverso la quale vede con estrema nitidezza la tovaglia a coppe d’oro che copre il tavolo della cucina come un altare, un cesto di frutta finta, il giallo acceso di una banana di plastica, una foto in bianco e nero della Reggia di Caserta in una cornice d’argento scuro, malaugurante.
Angela si guarda indietro, per vedere il proprio culo riflesso nel parabrezza di una vecchia Dodge parcheggiata sul marciapiede, un massiccio violoncello rosa su cui posa i palmi delle mani, le dita aperte a ventaglio, nell’identico modo in cui suo zio Al si tocca femmineamente le cosce quando parla di fognature.

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sabato 22 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 6

"Hai preso un mio disco!" urla lui, avanzando di qualche passo, e camminando proprio con l'andatura un po' dondolante e stanca di Lonnie Lester, e stringendo i pugni proprio come farebbe Lonnie Lester.
"No che non l'ho preso! È mio!"
"I tuoi sono rovinati da fare schifo!"
"Sfido! Me li rovini tu, apposta, con il compasso!"
"Sei tu che rovini i miei, figlia di puttana!"
"Chi lo dice lo è, mille volte più di me!"
"E chi sarebbe 'sto coglione?" dice quella versione ridotta di Lonnie Lester, indicando me.
"Ciao, sono..." tento di dire io.
"Non sono cazzi tuoi, hai capito?" mi blocca lei.
Lui va al giradischi, toglie il disco con un gesto di violenza che si tramuta all'istante in trepidante attenzione, non appena lo riconosce come suo, e lo ripone nel secondo scatolone, borbottando altre e più varie imprecazioni.
"Non preoccuparti" mi dice Samantha, "questo figlio di puttana è solo mio fratello".
"Chi lo dice lo è mille volte più di me" cadenza lui, ancora chino sullo scatolone. " È proprio uno dei miei dischi, troia..."
"Ma... avete gli stessi dischi?" chiedo io.
"Certo che abbiamo gli stessi dischi, scemo" fa il ragazzino. "Non impresterei mai i miei a quella stronza. Preferirei morire".
"Ecco, bravo, buona idea" dice lei.
In questo momento, comprendo lo sguardo di tristezza e di rimorso dei genitori che tanto mi ha colpito all'ingresso. Con una figlia ventenne che si comporta da ragazzina, e un figlio di non più di quindici anni che si trucca da Lonnie Lester, capisco che non vogliano nemmeno più intervenire quando questi due si fracassano vecchi vinili sulla testa urlandosi reciprocamente "figlio di puttana". Capisco che preferiscano ignorare di aver generato due creature che...
"Samantha?" chiedo.
"Che vuoi?"
"Ma tu hai davvero vent'anni?"
"Vent'anni?" sghignazza il ragazzino
"Certo che ho vent'anni" dice lei, smettendo per un attimo di picchiare il fratellino. Le sanguina il naso, e ha una gran voglia di piangere.
Quanto a me, ho una gran voglia di andarmene. Tre devoti cultori di Lonnie Lester sono troppi, in una stanza così piccola. Mi tocco la tasca del giubbotto, dove ho ancora il mio CD. Mi chiedo perché Samantha avrebbe voluto acquistarlo, dal momento che non vedo lettori per CD in giro, ma solo un vecchio giradischi collegato a due piccole casse da quattro soldi. Probabilmente, avrebbe tolto la copertina, l'avrebbe aperta, ritagliata per benino, appiccicata in uno dei pochi angoli liberi delle pareti - ce ne sono ancora un paio in cui si intravede la tappezzeria - e l'avrebbe baciata e annusata tutte le sere mormorando oscenità sdolcinate. No, forse una ventenne non si comporterebbe così: però riesco benissimo a immaginarmi Samantha a quel modo.
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The Black Biscotti - 11

Jill è tornata ad abitare con sua madre dopo cinque anni in cui ha vissuto a Spokane senza quasi mai uscire di casa. Non è più abituata ad indossare scarpe perché a Spokane camminava sempre in un paio di enormi pantofole rosa a forma di coniglio. Dalla camera da letto alla cucina, dal bagno al soggiorno, dalla cucina al soggiorno, dal bagno alla camera da letto, dalla cucina al bagno. Si ricorda ogni singola volta in cui è uscita di casa, le mani strette intorno al volante della Dodge fino a farsi diventare le nocche bianche, mentre i pneumatici scivolavano sulla strada ghiacciata come se stesse guidando una slitta. Caricava l’auto di scatoloni pieni di cibo e carta igienica, sperando di non dover rivedere la luce del sole per almeno un paio di mesi.
Sua madre Danielle, una donna dalla mascella quadrata e dai lunghi capelli bianchi (che non ha mai tinto), ha preferito non dire niente, riuscendo a cucirsi la bocca tutte le volte che le parole le salivano dallo stomaco come un rigurgito. La testa di Danielle ronza di domande sul perché Jill sia tornata all’improvviso, senza neanche una telefonata per avvisare, sul perché in cinque anni non si sia mai fatta sentire se non per chiedere soldi. Danielle non è mai riuscita a rifiutarle un prestito, pur sapendo che non le sarebbe stato restituito un centesimo.
Jill non riesce ad abituarsi a Brooklyn, come se non ci fosse mai vissuta. Si infila una mano tra le gambe tutte le notti, mentre a Spokane quasi non ci pensava, e le voci che salgono dal negozio di liquori sembrano lì nella stanza. Ogni frase che viene pronunciata, le pare che contenga il suo nome. Strizza gli occhi fino a vedere filamenti luminosi accendersi dietro le palpebre, cercando di raggiungere il buio assoluto e addormentarsi, ma è impossibile con quella luce sanguigna che dalla strada si riflette sul soffitto e disegna curve rosse, concentriche, che formano l’immagine di una gigantesca bistecca.

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giovedì 20 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 5

"Che ne dici?" mi fa, mordendosi il labbro inferiore, d'improvviso emozionata come una bambina. Intuisco che si riferisce alla stanza in cui ci siamo barricati.
"Che devo dire? È... curioso" rispondo, mentre mi guardo attorno. È la sua cameretta, senz'ombra di dubbio. Un abitacolo lungo e stretto, con un triste armadietto di finto legno e, addossati a questo, due lettini.
"Due lettini?" dico.
"Purtroppo qui ci vive anche Malcolm".
"Tuo... fratello?"
"Certo. Chi altri vuoi che sia? Ma del resto che dici? Eh? Eh?"
Il resto a cui lei continua a riferirsi è costituito dalle pareti tappezzate fin negli angoli di poster, fotografie e altri oggetti da appendere, o comunque appesi, che non ho mai visto prima, ma che ritraggono o concernono tutti il solo Lonnie Lester.
"Sapessi quanti anni ci ho messo, per averli... quanti soldi dei miei ho speso, per comprarli..." dice lei. L'orgoglio le fa brillare gli occhi.
"Be', sono foto che non ho mai visto".
"Ci credo. Questa è roba da collezionisti. Guarda, guarda quello".
"Quale?"
"Quello con la ragazza che addenta una fetta di anguria posata sul sedere di Lonnie nudo. Allora, quel poster mi è costato settantamila al mercato nero".
"Ah".
"Cioè, è costato a mio padre".
"E tuo padre condivide i tuoi stessi gusti?"
"Mio padre non oserà mai mettere il naso qui dentro" ringhia lei, d'improvviso corrucciata.
Quel poster e gli altri ritrattini che vedo lì dentro, raffiguranti in pose e travestimenti poco meno che osceni, o estremamente ridicoli, il musicista che ritengo una delle più alte espressioni dell'arte musicale degli ultimi due secoli, mi lasciano urtato. Per un momento resto lì, inebetito, a chiedermi se io non stia sbagliando a cercare di raccogliere, da buon filologo, tutto quel materiale, tutte quelle musiche, dedicandomi a un individuo che, a conciarsi in quel modo, pare un presuntuoso demente.
"Stupito, eh?" dice lei, con compiacimento. "Lo trovo anch'io così incredibile, così eccessivamente grandioso..."
"E i suoi dischi, li ascolti mai?"
"Certo! Per chi mi prendi? Alle volte, quando sono stanca di guardarlo in foto, metto su un disco. Vieni, guarda qua".
Si accascia; estrae da sotto un lettino uno scatolone di cartone; lo apre. Dentro è accatastata una trentina di dischi di vinile, privati delle copertine, o inseriti in copertine ridotte a brandelli.
"E le custodie?"
"Ho ritagliato le foto, no? Guarda bene, sono tutte appese: là, là e là".
"Così però i dischi si rovinano".
"Adesso non essere pedante".
Lei si siede sul letto, con le gambe leggermente divaricate, e un sorriso che non so come interpretare.
"Allora, vuoi?"
"Con... con i tuoi genitori di là?"
"Ripeto la domanda" dice con impazienza trattenuta Samantha. "Allora, vuoi o non vuoi? Ti avrò portato qui dentro per qualcosa, no? Allora?"
"Non saprei... Tu mi piaci, Samantha, ma..."
"Non preoccuparti di niente. Ora metteremo su un po' di musica, e... e poi seguiremo i nostri istinti. Follow your instinct, fuck me on the cold tiles of the public loo. Non ti dice niente?"
"Mmm, vediamo. Be', senz'altro si tratta di inglese..."
"È una citazione! The tiles are cold, but my heart is boiling with love! Non lo riconosci proprio?"
"Ehm... Lonnie Lester?" butto lì a caso. Non ho mai avuto molta memoria per i testi delle sue canzoni, anche perché li ho sempre giudicati un semplice sillabare su cui stendere le sue profonde innovazioni sonore. Un po' come fece Stravinsky con il latino finto arcaico dell'Oedipus Rex: pura sillabazione da mettere in musica.
"È inutile che tu finga di pensarci! Non lo sai e basta!" fa lei, con una strana smorfia, la stessa che le ho visto addosso prima, mentre passavamo dinanzi ai suoi genitori. Si tratta di Roots in the future, dall'album "Take care of my pubic hair, while you unzip me".
"Ah, ecco. Sai, io non ho mai avuto molta memo..."
"Me ne sono accorta" mi interrompe lei severa. "Non capisco proprio come tu possa..."
"Ma non dovevi mettere su un po' di musica?" la interrompo a mia volta facendomi coraggio. "Magari proprio quel disco lì, "Take care" eccetera. È tra i miei preferiti".
"Ah, sì? Chissà allora come ti ricordi bene quelli che ti piacciono di meno" mi dice calcando sul sarcasmo, mentre io mi siedo sul suo letto.
"Te l'ho detto, io bado poco alle parole perché il mio approccio alla musica è essenzialmente filolo..."
Samantha ha acceso lo stereo, ha preso da uno scatolone - non quello di prima, un altro, che ha tirato fuori da sotto il secondo letto - un disco che conserva ancora la custodia, e ora partono le prime note di Turn the other cheek, and I'll lick it, un funk piuttosto lento e fangoso, con fiati in sottofondo e i sintetizzatori che stendono accordi pigri e irrisolti. Lonnie Lester attacca una breve melodia in modo misolidio, un giro di quattro note, con la voce roca e distorta.
"Questa voce mi fa impazzire" mugola Samantha, in piedi davanti a me, mentre tentenna a ritmo, roteando i fianchi e il bacino, snodata come un giovane giunco al vento. "Allora, mi baci?" chiede, lasciando socchiusa la bocca e continuando a danzare.
Ho un attimo di incertezza: intende baciarla in bocca, come l'espressione della faccia e le labbra protese parrebbero suggerire , oppure reclama un altro tipo di bacio, diciamo più intimo, come potrebbe suggerire il dondolio ritmato del suo ventre a pochi centimetri dal mio naso? Alla fine, mi alzo sostenendomi con entrambe le mani ai suoi fianchi, e la bacio sulla bocca. La sua lingua sa di sigaretta, e lascia sulla mia una sensazione come se stessi leccando un posacenere non proprio pulito. Però bacia bene. La sua lingua si muove con il ritmo della musica. Ci provo anch'io, ma mi distraggo a tastare con la punta della lingua quei suoi dentini affilati come denti di squalo, e perdo il ritmo.
"Si può sapere che cazzo stai facendo?" biascica lei, senza staccare la lingua dalle mie labbra.
"Cos'hai detto?" chiedo io, un po' per prendere tempo, un po' perché non so cosa dire.
"Lascia perdere" biascica lei.
Sto per allungare una mano - per toccarle qualcosa, un fianco, il seno, un gomito, qualcosa - quando la porta della camera si spalanca e una vocetta strilla: "Maledetta! Stronza! Stronza maledetta!"
Con l'occhio destro, nel secondo in cui resto ancora attaccato con la lingua alle labbra di lei, scorgo sulla soglia Lonnie Lester con lo sguardo cupo. O meglio, qualcuno vestito, acconciato, truccato come Lonnie Lester. A questo punto, Samantha si stacca da me, quasi con violenza, respingendomi, e con le lacrime agli occhi strilla a sua volta: "Stronzissimo tu! Come ti permetti?"
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mercoledì 19 dicembre 2007

The Black Biscotti - 10

Anthony Spallina si sveglia e caga sangue. Pensa “le mie feci sanno di me cose che io non so”. Si è seduto sul water alle otto precise (l’intestino gli si allenta ancora prima di bere il caffè, al solo profumo che filtra dal becco della moka), e prima di tirare lo sciacquone nota qualcosa di strano in uno dei due stronzi. Sono lì a galleggiare come sempre, bruni, quasi tetri nell’accettazione del loro destino, e gli salta all’occhio un colore. Si china ad esaminarli come se fossero le feci di qualcun’altro. La crosta escrementizia è attraversata da uno squarcio vermiglio. Le feci si sono aperte come un guscio.

Nick Splendorio si guarda allo specchio. Ha una cicatrice che gli va dall’orecchio destro al mento, attraverso la bocca. La linea del taglio sulle labbra è gonfia, di un bianco sporco. La cicatrice risale a quattro anni fa, a un duello nel parcheggio di Valentinos. Il duello non era stato improvvisato, ma deciso qualche giorno prima, durante un momento di autocontrollo gelidamente irrazionale in cui Nick si era trattenuto dall’afferrare la testa di Tom Piscitelli e dal fracassarla con l’unica arma che aveva a portata di mano in quel momento, e cioè una stecca da biliardo appoggiata contro il muro. Si era immaginato afferrare la stecca in un lampo premonitorio, mentre si leccava il sangue dal labbro inferiore, dove l’anello di Piscitelli lo aveva appena colpito, al termine di un arco elegante, quasi svogliato, uno schiaffo molto più forte di quello che sembrava.

Joey scende le scale. È così buio che deve andare a tentoni. Stende il braccio finché il palmo della mano non incontra la superficie della porta. La spinge ed entra in una sala di cui conosce ogni anfratto - e di cui sarebbe impossibile farsi un’idea la prima volta. Lo spazio si apre in navate come una chiesa. È sempre notte al Cercle Rouge. Se è giorno, non c’è nessun indizio. Minuscole lampadine rosse pendono a grappoli sui tavoli. Il volume della musica è assordante. Anche urlandosi nelle orecchie non si capisce niente. La musica è solo un pretesto per avvicinare la bocca all’orecchio di qualcuno e soffiare.
Al bancone è seduta una ragazza con due ciliegie di plastica attaccate ai capezzoli, che succhia un liquido di colore viola da una cannuccia. Ogni mezz’ora il suo lavoro è far roteare le ciliegie e far roteare le chiappe, come se fossero due emisferi indipendenti - un compito che affronta senza passione, con distaccata professionalità. Ma in quel momento, quando Joey la vede, la ragazza è quasi un simbolo, un ritratto di depravazioni che possono avere luogo solo di notte e solo lì. Depravazioni che includono l’infilarsi quella cannuccia sotto le mutandine e poi succhiarla.
Joey entra e immediatamente dopo è seduto al bancone, come se il tempo che impiega per attraversare la sala, e le facce che si voltano a guardarlo dai tavoli venissero annullati dal sollievo di essere finalmente lì. Ordina il solito, pur sapendo che nessuno si ricorderebbe di cosa beve uno come lui, che nessuno si ricorderebbe di averlo già visto, ma in qualche modo il solito è davvero il solito come se avessero indovinato cosa beve dalla sua faccia, o più esattamente dalle sue labbra, dove sembra che lo fissino tutte le persone che incontra negli ultimi giorni. Anche la ragazza con le ciliegie lo sta osservando.
“Ho la bocca di un bambino” pensa.

ld

martedì 18 dicembre 2007

Un frammento

PADRE – Ho esitato a lungo prima di scriverti. Per anni ho sperato che facessi tu il primo passo, che mi cercassi là dove ero sempre rimasto; sapevo dov’eri, seguivo i tuoi spostamenti, partecipavo spiritualmente ai tuoi traslochi, ma non volevo – non osavo manifestarmi. Con l’età, sai, mi sono scoperto addosso una timidezza nuova, di un colore indefinibile.
FIGLIA – Timido non sei mai stato. Scostante sì, con tutti. E non mi riesce di credere a una tua trasformazione in qualcuno di riservato, di nascosto nell’ombra. Mi ricordo del piacere che provavi a interferire nelle vite degli altri con un piglio barbarico. Ho pensato spesso che non ti importasse intervenire per migliorarci, ma solo per farci sentire la tua influenza. Misuravi il tuo potere su di noi. Perciò non venire a dirmi che sei diventato timido.
PADRE – Ti ricordo bambina. Scrutavi ogni cosa con uno sguardo di riprovazione. Erano molte le cose che non comprendevi o che non ti piacevano, e su tutte posavi quello sguardo che pesava come una condanna morale, o, quando andava meglio, come una stroncatura. Non giocavi con nulla, perché nulla sembrava piacerti. Giocavi con le tue mani, davi corpo a figure con le tue dita. Erano personaggetti isolati, che avanzavano il meno possibile sui tuoi polpastrelli, timorosi di sporcarsi del mondo.
FIGLIA – Inventi. Non mi hai mai osservato giocare. Giocavo di notte, sotto le lenzuola, perché tu non mi dicessi come farlo.
PADRE – Ti ho vista.
FIGLIA – Mi hai vista? Che cosa significa?
PADRE – Ti spiavo, perché ero tuo padre, e mi inquietavano il tuo isolamento e il tuo disgusto del mondo.
FIGLIA – Io spiavo te, e ricordo bene che eri troppo occupato da altro per badare a ciò che facevo.
PADRE – Ti spiavo, e sapevo che mi spiavi a tua volta, e fingevo di essere distratto in altre faccende per depistarti.
FIGLIA – Non ti credo.
PADRE – Ero preoccupato per te.
FIGLIA – Non ricordo che tu sia mai intervenuto quando la paura mi impediva di muovermi dal letto.
PADRE – Sentivo il tuo respiro. Intuivo che non dormissi davvero. Ma non sapevo con certezza che tu avessi paura.
FIGLIA – Sentivo attorno a me qualcosa di estraneo, e questo mi pietrificava. Forse eri tu quello che sentivo. A volte mi pareva di sentire un respiro, da un angolo della stanza. Eri tu?
PADRE – Non respiravo nemmeno, per non turbarti.
FIGLIA – Ecco una frase memorabile! Come vuoi che io creda a ciò che scrivi, se ti lasci andare a iperboli così insensate? Io sentivo il respiro, il tuo, e l’ho sentito per anni, alle mie spalle. Ho sperato di abituarmici, come a un acufene divenuto cronico, quando invitavo un’amica con cui indugiare in confidenze, o un amico da baciare, riempivo di voci, musiche, fruscii la mia stanza, per non sentirlo. Per non sentirti.
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lunedì 17 dicembre 2007

The Black Biscotti - 9

Pensavo che anche Arnold Segal fosse morto. Invece l’ho visto proprio ieri, seduto su una panchina di Columbus Park con la sua valigetta di pelle nera posata sulle ginocchia, esibendo l’aria di chi ci nasconde un milione di dollari o un orecchio avvolto in un tovagliolo. Chi gli passava davanti non lo guardava nemmeno. La faccia di Segal è ancora più grigia di come me la ricordavo. Sembra fatto di polvere.
In questi anni ho pensato spesso alla sua valigia. Se la portava dietro quando lo chiamavano per accordare un pianoforte. Ci teneva i suoi attrezzi, che non posso descrivere perché non l’aveva mai aperta davanti a me. Ne andava molto fiero, più della moglie (a suo dire la miglior massaggiatrice di New York), e della rapidità nel suonare il piano (suonare bene per Segal era suonare alla velocità della luce). Come se la valigia contenesse un segreto da cui non dipendeva solo la sua rispettabilità, ma anche la sua visibilità. Si illudeva di attirare gli sguardi di tutti, rifiutando di accettare il fatto che la valigetta fosse solo una valigetta come migliaia di altre valigette, e lui solo un uomo dall’aria affannata, uno di quelli che in metropolitana non si scostano per farti passare quando le porte si aprono, o che si ostinano a non reggersi e quando il treno frena ti rovinano addosso, uno di quei vecchi pieni di sé che farebbero meglio a starsene a casa.
Segal invece vedeva sé stesso come un uomo pieno di fascino, con il suo accento rumeno e i suoi fianchi robusti, che le donne trovavano ancora irresistibile, a settant’anni suonati.
Nel parco aveva le sopracciglia aggrottate, come sempre. Ho seguito la traiettoria del suo sguardo e ho visto che si dirigeva verso un piccione con il becco in un sacchetto di patatine. Mi ricordo la sua opinione sui piccioni: “creature che cagano dappertutto e andrebbero sterminate”. C’è sempre stato un tema comune nelle cose e persone che detestava: la sporcizia. Curioso perché la cucina di Segal era uno dei luoghi più sudici in cui abbia mai mangiato. Il lavandino si riempiva di piatti che non venivano lavati per settimane. E polvere dappertutto, che vedevi (un pulviscolo opaco, che si sollevava in piccole nubi ad ogni movimento), respiravi e mangiavi.
Fu per evitare di diventare polvere che cominciai ad ascoltare le chiacchere di Segal per ore. Mi ero reso conto da subito che gli piaceva parlare, e non come tutti gli anziani che raccontano episodi del loro passato, ma con una volontà di ridurti al silenzio, di annichilirti con le sue storie di done (non “donne”, ma una specie diversa, creata per dare piacere solo a Arnold Charles Segal, le “done”) scopate al cimitero di notte (a quanto pare, l’unico posto dove si possa scopare in Romania), dopo aver suonato il piano per dodici ore filate in un caffè concerto. Fu per evitare di diventare polvere che aguzzai l’ingegno e capii che dovevo diventargli amico, e più di un comune amico (non ne aveva, tra l’altro, il suo unico amico era suo fratello, che gli avrebbe rubato le otturazioni d’oro durante il sonno - se Segal non avesse dormito con gli occhi aperti), volevo essere quasi un figlio per lui, il depositario delle sue confidenze. Fu per evitare di diventare polvere che decisi di levarmi di mezzo, cosa non facile visto che dovevo a Segal cinque affitti arretrati, e che per come mi stavano andando le cose, non sarei stato in grado di pagarlo neanche in un’altra vita. Fu per evitare di diventare polvere che lo fregai. Fu per evitare di diventare polvere che lo fregai così bene che sono sicuro che ci stava pensando anche ieri su quella panchina.

ld

domenica 16 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 4

"Ti faccio vedere una cosa" bisbiglia lei, con aria complice. Si guarda attorno, per controllare che nessuno ci stia osservando. Poi, veloce, tira su di una decina di centimetri la camicetta a pizzi che già le lascia scoperto l'ombelico a ciliegia, e mostra sul petto bianco, proprio sul seno, un ciondolo, che tiene appeso al collo ma nascosto sulla nuda pelle.
"Lo riconosci, no?" mi chiede.
"Insomma... Carino, comunque".
"Carino?" cinguetta, quasi offesa. "Ma a te non piace Lonnie Lester?"
"Sì".
"Come fai a dire di amare Lonnie Lester, se nemmeno conosci questo?"
"Be', è un ciondolo molto carino..."
"Non è un ciondolo!" strilla lei, sputacchiando saliva per la foga dai dentini giallastri. "È un simbolo! Tu sai cos'è un simbolo, vero?"
"Non farmi torto, ora".
"Vedi questo piccolo particolare? Questo rappresenta l'ieri. Questo invece è l'oggi. E questo è il domani".
"Quel puntino lì?"
"Sì, quello è il domani. E invece questo cerchio schiacciato da un lato rappresenta le tre età dell'uomo."
"Ne sei sicura?"
"Lonnie Lester è molto attratto dal concetto di tempo, come ben sai".
"Sì, certo..."
"Lonnie Lester è un genio. E tu smettila di guardarmi le tette, porco".
"Prego?"
La ragazza si ricompone, e con un gesto nervoso si abbassa la camicetta, nascondendo il ciondolo e tutto il resto.
"Ma non ti fa male, non ti pizzica mai quel ciondolo, voglio dire quel simbolo, lì sullo stomaco?"
Lei mi osserva con aria estatica e sospira: "Mi piace soffrire. Soffrire per lui".
La guardo indeciso. Potrebbe prendermi per i fondelli. Però sembra sincera. Continua a fissarmi il mento, con aria provocante.
"Decisamente il mento è la tua parte migliore" mi dice.
"Grazie. Spero che sia un complimento".
"Non c'è di che. Adesso guarda".
Torna a sollevare la camicia, e ad esibirmi quel ciondolo.
"L'ieri, l'oggi, il domani... Le tre età dell'uomo. L'odio, l'amore. Il suono, il silenzio. L'uomo, la donna".
Con l'indice destro indica, con la pazienza di una maestra d'asilo, i particolari del ciondolo che dovrebbero rappresentare i profondi concetti che sta enumerando.
"Ehm, scusa" faccio io, per apparire interessato e partecipe, "mi è sfuggito l'uomo".
"Questo è l'uomo: Questo qui. E questa è la donna".
"Quella lì".
"Questa qui. Qui c'è il senso di tutto, di tutto l'universo. Gli opposti che coincidono. Il tutto che è uno e molti. Adesso ripeti".
"Scusa?"
"Ripeti tutto".
"Tutto cosa?"
"L'ieri, l'oggi, il domani... Tutto. Vediamo se hai capito. Dai, ripeti. E segna bene con il dito!"
Ci provo. Mi sento ridicolo, a prestarmi a quel giochino, ma l'idea di avvicinare il mio dito al suo petto mi convince a tentare di districarmi in mezzo ai particolari senza senso di quel ciondolo da quattro soldi.
"Non toccare me, però!"
"Scusa".
"Pare proprio che di Lonnie Lester non ti importi niente".
"Non è vero".
"No, eh? Ce l'hai a casa il calendario dell'anno scorso? Quello con lui vestito da strip-teuse, con la proboscide da elefante sulla fronte?"
"Oddìo, no!"
"Male. E' una lacuna gravissima. Quel calendario è fantastico. C'è tutta la sua filosofia, dentro".
"Sai, più che altro io seguo la sua musica..."
"Davvero non raccogli nemmeno le sue foto?"
"No. Mi sembra una cosa da ragazzini..."
"Non sono una ragazzina, stronzo!" urla lei, offesa. Ha i denti davvero affilati. I suoi piccoli schizzi di saliva mi hanno colpito sul labbro inferiore, durante quest'ultimo scatto d'ira.
"Non volevo dire questo... " mi affretto ad aggiungere, passandomi la lingua sulle labbra.
"Però lo hai detto. Stronzo".
"Scusa".
"Io colleziono foto. E allora? Colleziono anche magliette, calendari, spille, cartoline, cappellini, e tutto quello che riguarda Lonnie Lester anche solo da lontano, hai capito?"
"Ehm... allora devo stare attento al mio mento..." dico, giusto per alleggerire la tensione.
"Cos'è, una battuta?" dice lei, severa. Poi si ricorda del doppio CD che ho in mano, e torna subito a intenerirsi. "Okay, ti perdono. Hai ancora tante cose da imparare, tu. Aspettami, vado a comprare le due cassette. Ehm... ora che ci penso, non ho soldi con me. Potresti comprarmele tu? Ti prego..."
Nel giro di pochi secondi è passata dall'ira al tono implorante di chi elemosina l'ultima possibilità di sopravvivere in un mondo orrendamente ostile. Compro il CD e due C-90 al cromo, e usciamo.
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sabato 15 dicembre 2007

The Black Biscotti - 8

Mentre Susan spazza il pavimento, ascolta i rumori che provengono da fuori. La porta del salone è aperta, l’aria odora di candeggina. Un uomo sta parlando al telefono, la sua voce esce da una finestra del piano di sopra e si disperde in strada: non si capiscono le parole, ma dal tono Susan crede sia russo – non è certa di aver mai sentito parlare in russo in vita sua, ma se lo immagina così: parole che si accavallano e sembrano un’unica interminabile parola, composta di suoni spezzati, e di suoni che non sa definire altrimenti che “bagnati” (nodi di consonati che si inumidiscono in un liquore dolciastro), parole sparate come una mitraglia, che ora sembrano quasi strozzarlo (parole che Susan immagina secchino la gola, rendano il respiro difficile, come asma), ora diventano risate, colpi di tosse. Un sirena della polizia si avvicina e sembra essere sul punto di assordarla e invece cambia direzione e si allontana. La radio nella stanza sul retro (la signora Bucci la accende mentre si smalta le unghie dei piedi) diffonde una canzone di cui Susan ascolta solo le prime parole: “I got two hands I wanna clap my hands together” - e poi si distrae cercando di identificare un rumore in strada.
Adam picchia il bastone contro il marciapiede più forte che può. Gli piace pensare che il bastone sia così flessibile che non si spezzerà mai, per quanta violenza metta nei colpi. Conosce quel bastone meglio di qualunque altro oggetto. Il suo palmo ne sa ogni curva e ruvidezza. Lo stringe in mano per tutte le ore che passa in strada ogni giorno. Non lo lascia neppure quando si siede al bancone del Cercle Rouge a bere gin. A differenza di come passano il tempo gli altri ciechi (se li immagina: in realtà non ne conosce nessuno, non ne ha mai voluti conoscere perché lo imbarazzano. In quanto cieco, non riesce a non trattarli da ciechi), Adam passa tutto il suo tempo da sveglio fuori casa. Non ha niente da fare, e se stesse in casa non ci sarebbe nessuna differenza tra giorno e notte, e lui finirebbe per trascinarsi da una stanza all'altra fino all’alba con un bicchiere in gin in una mano e il suo uccello nell’altra.
Gli piace farsi annunciare dal suono del bastone sull’asfalto. Gli piace non passare inosservato. Gli piace pensare di avere il nodo della cravatta storto, o una macchia sul cappotto, o calzini spaiati, o ciuffi di peli sfuggiti al rasoio sugli zigomi.
Adam si ferma e colpisce la vetrina con il bastone. Devono averlo visto arrivare, perché una delle ragazze è già fuori.
“Ha bisogno di una mano?”
Non è la voce di Glenda o di Bettie.
“Avvicinati per favore.” La voce gli esce roca, per l'impazienza di toccare la ragazza.
Susan obbedisce in silenzio. Il fatto che quell’uomo non indossi occhiali fa sentire lei indifesa. Ha capito che era un cieco appena l’ha visto, ma adesso è come se si fosse sbagliata.
Adam allunga la mano, le afferra un polso. Non sbaglia mira; odora il sudore del corpo della ragazza, e gli basta per stabilire misure e distanze.
Il polso è magro, liscio, sembra non finire più. La ragazza deve essere almeno un metro e ottanta. La mano di Adam risale fino all’avambraccio, palpandolo come quella di un dottore, e poi quando sente la carne farsi più molle, la stringe e tira Susan a sé, fino ad avere il suo orecchio quasi premuto sulla bocca. La sente respirare come un animale. La vede respirare. In fondo è la vista il suo senso più acuto. Non è nato cieco. Quello che ha a disposizione, ricordi di colori e forme, ricombina e reinventa. L’odore del sudore si Susan è pungente, e il deodorante non fa che accentuarlo. Adam impazzisce per il sudore. Spoglierebbe la ragazza solo per baciarle le ascelle.
“Ho bisogno di un favore” le dice, per impedirsi di morderle un orecchio.
ld

venerdì 14 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 3

"Ciao".
"Ehm... salve".
È una ragazza piuttosto alta; l'ho notata appena sono entrato nel negozietto di dischi dall'aria leggermente equivoca che ho scoperto in una via traversa poco frequentata del centro. Mi ha colpito perché ronzava, o ciondolava, con aria triste e insieme golosa nel settore delle rarità più o meno legali verso cui ho imparato a dirigermi quasi subito.
"Piace anche a te?" mi dice, e mi pare di vederle brillare gli occhi.
"Che cosa? Ah, la musica?"
"No, no. Lonnie Lester. Solo lui".
"Be', ehm... Sì" rispondo, quasi vergognandomi, per certe ragioni che forse ho già detto.
"Io lo a-do-ro" fa lei, illuminandosi.
"Bene. Brava".
"Che fai, lo compri?"
Ho in mano un doppio CD, contenente un concerto del '90 - annata ottima, e per giunta poco battuta dalle etichette pirata.
"Questo?"
"Sì. Quello. Costa molto. Lo compri?"
"Sì, credo di sì. Mi mancano i concerti dell'estate del '90".
"Ottima annata, il '90".
"Sì, in effetti..."
"Veramente lo avevo visto prima io, sai".
"Oh... Ehm... Ne sei sicura?"
"Sì. È un'ottima annata, il '90".
"Certo. Ehm... vuoi... vorresti prenderlo tu?"
Lei si morde un labbro, con i dentini quasi affilati, giallognoli di tabacco - eppure non avrà più di vent'anni.
"Per me" continua, "Lonnie Lester è il più grande in assoluto".
"Come no... Però, anche Stravinsky..."
"No, no, è il più grande in assoluto. E poi, chi sarebbe 'sto Stravinsky?"
"Sarebbe... Lasciamo stare. Allora, lo vuoi tu questo CD?"
"Io... Be', no. Costa troppo".
"Allora, lo posso prendere io".
"Se proprio ci tieni..."
"Ci tengo sì".
"Be', d'accordo. Prendilo, è tuo" mi dice, con aria rassegnata, con stoica tristezza. E poi, subito ammiccante, con un bel sorriso giallognolo: "Potresti sempre registrarmelo su una cassetta".
"Certo, sì, sicuro" faccio io. Però sono perplesso: non amo le ragazze eccentriche, vestite come se fossero appena uscite da un festa in costume, con l'ombelico in esposizione anche a novembre, e il ciuffo tenuto a forza con il gel su un occhio, o sull'ultimo brufolo che non si decide a seccarsi.
"Ti compro subito una C-90" continua lei. "O forse è meglio due. Tu che dici? Me lo registri sul serio, sì?"
"Certo, sì, però, vedi, il mio impianto non registra tanto bene, e..."
"Per questo genere di cose, l'alta fedeltà non serve, o anzi peggiora l'ascolto. Non te ne sei mai accorto? Prova ad ascoltare un vecchio disco grattato e rigato con un bell'impianto: sentirai solo i difetti".
"Sì, è vero" faccio io.
Lei continua a fissarmi la punta del mento, con insistenza, e uno sguardo che mi pare torbido, di una sensualità caricaturale.
"Lo sai che hai il mento proprio come lui?"
"Ah. Lui chi?"
"Come, lui chi? Lui, no? Di chi stiamo parlando?"
"Lonnie Lester?"
"Bravo, hai vinto un miliardo. Lui, proprio. Hai il suo mento, uguale sputato. È da un po' che lo osservo. Non riesco a staccare gli occhi dal suo mento".
"Dal mio, cioè"."Dal tuo, sì. Uguale sputato, proprio".
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giovedì 13 dicembre 2007

The Black Biscotti - 7

Mentre camminava verso casa, una notte Giovanni era stato preso in ostaggio da Bruno Piazza. Piazza gli aveva offerto un dono riservato a pochissimi, secondo una logica capricciosa. Non c’era mai una ragione, o perlomeno non una ragione evidente, dietro alle simpatie di Piazza. Era lui a scegliere di esserti amico, e a farti sperare in favori mai nominati, e questo doveva renderti ancora più felice, perché la sua amicizia non te l’eri guadagnata con la piaggeria, ma semplicemente capitava che un occhio di bue ti illuminasse nel buio, come il vincitore di un favoloso concorso a premi a cui non ti eri iscritto.
Giovanni questa grazia l’avrebbe rifiutata volentieri. Non l’aveva chiesta e non la desiderava. La ragione non era quella che tutti avrebbero immaginato, e cioè che il nome di Piazza veniva associato ad una “Famiglia” invisibile e tentacolare, di cui potevi essere solo amico o nemico e mai stare nel mezzo, ma della cui esistenza non c’era nessuna prova – forse Piazza era solo uno dei tanti italiani che andavano a farsi radere dal Sivigliano. No, invece si trattava di un’immagine. Una scena di pochi secondi a cui Giovanni aveva assistito durante l’Italian Food Fest, che i ristoranti italiani di Red Hook avevano organizzato sei mesi dopo il suo arrivo a New York.
Arrivo che era stato salutato, già all’aeroporto, dallo schiamazzo di un gruppo di non vedenti siciliani (arrivati per un convegno? indossavano tutti felpe con il disegno un cane lupo) che si abbracciavano stretti e baciavano come se avessero appena recuperato la vista – aveva pensato Giovanni, sprofondato in una nera antipatia per quelle esternazioni.
Il gruppo di non vedenti era salito con lui sull’airbus per Jamaica Station, e poi si era dileguato.
L’obiettivo di Giovanni era stato quello di evitare ristoranti e negozi di alimentari italiani. La dieta era la prima tappa di un programma a cui si sarebbe sottoposto fino a eliminare da sé ogni traccia di italianità. I gesti, le espressioni, l’accento, tutto doveva sparire. Non sarebbe stato facile, specie alla sua età. Ma quando si era sdraiato per la prima volta sul nuovo letto, l’occhio semichiuso di Art Tatum che lo guardava dalla copertina di un disco, in uno degli scatoloni sparsi per la stanza, le dita incrociate dietro la testa, un ritmo soffocato di cha cha cha proveniente dal piano di sopra, per un attimo di era dimenticato di avere sessantotto anni e gli era sembrato di trovarsi nel suo corpo di ventiduenne, la prima volta che era venuto a New York. Era andato subito ad Harlem, con una religiosità un po’ ridicola, e aveva camminato senza vedere niente per più di tre ore, finché gli era spuntata una vescica sotto un dito e aveva dovuto fermarsi. Non era cambiato niente da allora: stesso disorientamento, stessa incapacità di raggiungere una meta prefissata, stesse vesciche, stesso rassegnarsi a prendere un taxi solo dopo ore di marciapiedi interminabili, di incroci tutti uguali. Non era New York, gli succedeva anche nelle altre città dove era vissuto: Palermo,Torino, Nizza.
Una sera aveva quasi ceduto. Mentre camminava nel Lower East Side, era passato davanti ad una vetrina che esibiva una scultura fatta di pane, una mano aperta composta di ciabatte e filoncini che lo aveva ghermito e obbligato ad entrare. Averva sbirciato dentro: il negozio, tranne che per una specie di arca illuminata contenete “specialità Italia” – come recitava un cartello – era buio, nessuno dietro il bancone. Giovanni era entrato e si era chinato a guardare le ceste colme di pani e biscotti, chiuse in quella teca di vetro come se fossero stati vasi antichi. Ad un certo punto aveva avuto la sensazione di essere osservato, e alzando gli occhi aveva incontrato una faccia piccola e rinsecchita come un fico, che lo stava fissando nel buio da chissà quanto tempo. Imbarazzato, aveva indicato qualcosa a casaccio nella teca, e l’uomo o la donna (impossibile stabilirlo) del negozio gli aveva spiegato che si trattava di un biscotto duro (insinuando che non era una buona scelta per chi non avesse denti giovani) e che veniva chiamato “The Black Biscotti”.
I Black Biscotti erano finiti dritti nella spazzatura, un isolato più avanti, quando Giovanni si era sentito al sicuro da testa-di-fico (come se quell’essere avesse potuto uscire in strada per controllarlo).
All’Italian Food Fest, Giovanni aveva visto Bruno Piazza per la prima volta, dopo aver sentito pronunciare il suo nome quasi ogni giorno. Era stata una visione rapida, ma che gli era riapparsa come una fiammata quella notte, quando Piazza gli si era accostato sul marciapiede, infilandogli una mano sotto il braccio e cominciando a parlargli come se avessero giocato a golf insieme ogni sabato mattina.
Piazza doveva essere stato uno degli organizzatori segreti delle festa. Il suo nome non compariva sui manifesti, ma Giovanni, appena si era trovato a sgomitare nella calca dell’Italian market – per caso, come sempre, mentre cercava di trovare la strada per il club dove avrebbe suonato quella notte – lo aveva sentito nominare da tutte le parti, con quel genere di reverenza che si riserva ai finanziatori, non ammirata, ma ellittica e cauta. Quando lo avevo visto aveva capito subito che era lui: dalle bocche di tutti il nome gli si era materializzato sopra la testa come un cartiglio. I baffetti corti, tinti di un nero dai riflessi rossastri, scoprivano due dentoni bianchi e lunghi come quelli di un coniglio. Le maniche della camicia azzurra erano rimboccate fino ai gomiti, e gli avambracci pelosi erano immersi in una vasca di acqua giallastra. Ai due lati di Piazza, lo incitavano due omoni vestiti completamente di bianco, con folte basette nere dai contorni perfetti, che sembravano dipinte sulle guance.
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mercoledì 12 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello - 2

"Trovati un lavoro!" aveva detto mia madre in un bel giorno di giugno, mentre io a fatica mi sforzavo di preparare Lingua Tedesca Uno, un esame che non avrei voluto dare, ma che secondo Carapaci e gli altri professori delle discipline musicali era improcrastinabile e indispensabile al musicologo quanto il latino lo era per l'avvocato.
"Un lavoro?" avevo detto.
Mia madre se ne era andata in un'altra stanza senza rispondere.
In un modo nemmeno troppo larvato, ero stato invitato a smettere i dorati abiti del parassita, che avevo indossato con disinvolta incoscienza sino ad allora – il quarto anno di Università. Sul momento maledissi in silenzio l'insensibilità di mamma di fronte ai miei sforzi di imparare il tedesco, ma mi resi poi conto che aveva appena fornito un bell'alibi per abbandonare lo studio di quella lingua. Scovai subito dopo l'alibi per non darmi a nessun lavoro di qualche impegno.
"Riviste? Che riviste?" disse mia madre, sospettosa, mentre versava a mio padre il pasticcio di asparagi tra il naso e le mani, dritto nel piatto.
"Riviste musicali. Scriverò articoli per riviste" dissi io, cercando di non incrociare lo sguardo di nessuno dei due.
Emergendo con il grifo dai vapori del pasticcio, papà riuscì a dire qualcosa come "Palle", dopodiché cominciò a tossire e soffiare perché aveva ingollato un boccone troppo grande e troppo bollente di asparagi.
"Non fare lo zotico, papà" risposi. "Si tratta di pubblicazioni molto serie, a diffusione nazionale, quasi tutte almeno. Per te, se uno non torna a casa senza far saltare tutti i contatori geiger per la puzza d'ascelle, non si può dire che lavori".
"Non ho detto que..." tentò di borbottare il mio vecchio, sempre più curvo sul piatto.
Mia madre, intanto, mangiava e taceva. Brutto segno. Ingoiava forchettate gigantesche di pasticcio quasi incandescente senza un lamento e senza dire o fare altro. Bruttissimo segno, pensavo.
"È un'ottima maniera per inserirsi nell'ambiente accademico. Accademico significa universitario, papà."
"Non ho detto niente, io."
"Bravo. Ogni articolo pubblicato sono punti in più. Titoli, capisci, mamma? Tra qualche tempo, potreste ritrovarvi con un figlio assistente universitario, e in seguito professore. Certo che se voglio far carriera dentro all'università, ne devo pubblicare di articoli..."
"Quanti?" disse finalmente mia madre. Aveva completamente ripulito il piatto, e aveva le labbra scottate e tremanti.
"Ehm... Ora come ora non saprei. Un po'... Se vuoi mi informo... Ora però vi chiedo solo una cosa. Una sola cosa vi chiedo."
Mia madre sospirò, e si versò una seconda porzione di pasticcio di asparagi. Era così invecchiata in quegli ultimi tempi, e così in fretta... Anzi, sembrava già più vecchia di quanto non fosse all'inizio della cena.
"Questo vi chiedo: pace e tranquillità. Sto già" (sottolineai il "già" con orgoglio) "scrivendo un paio di articoli, piuttosto complessi, sapete, e... e vi prego davvero di lasciarmi tranquillo, e di... Avete capito, no?"
Mio padre si pulì le fauci con il tovagliolo, fece la faccia autorevole e solenne delle occasioni speciali, si erse quanto poté e finalmente sillabò: "Davvero farai il professore universitario?"
Solenne a mia volta, gli accennai di sì. E mi parve di vederlo sorridere.
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martedì 11 dicembre 2007

The Black Biscotti - 6

L’uomo che hanno pescato dallo Hudson – letteralmente, con una rete da pescatori – si chiama Rob o Robbie, Robert solo per sua madre, o meglio per la donna che lo ha adottato, e che lo ha sempre chiamato Robert per misurare una distanza fra di loro e non essere chiamata “mamma”. Ci impiegheranno una settimana a stabilire con certezza che si è gettato nel fiume da solo, nonostante l’abbiano intuito subito da numerosi particolari, soprattutto dalle scarpe con le suole bucate. Ma tutto va verificato. Non tutte le persone con le scarpe bucate si buttano nello Hudson, a volte ci cadono dentro perché sono ubriachi, a volte ce li buttano davvero. In questi anni ho visto annegare nel fiume persone con ogni tipo di calzature: stivali, sneakers, scarpe di Prada. Anche con l’acqua nei polmoni le scarpe non passano inosservate.
L’ultima volta che è stato visto, Rob stava risalendo la Dodicesima Avenue con un cartoccio di KFC in mano. Non sono stato io a vederlo, ma una donna che tornava dal lavoro; lo ha notato perché l’uomo la fissava a bocca aperta, come se lei non potesse vederlo, come “da dietro uno specchio” – così ha pensato la donna.
Io ho visto distintamente il momento in cui Rob si è buttato nel fiume. Ho visto il luogo con la precisione e nettezza di una pianta topografica. Non si è lasciato cadere in acqua, con la goffa casualità di un suicida, ma si è tuffato. Ho visto l’arco del suo corpo nell’aria fredda della notte: un tuffo da campione. Ho visto l’acqua richiudersi su di lui come olio, quasi senza spruzzi. Ho visto la sua faccia sgomenta per la ferocia inaspettata con cui l’acqua lo ha inondato (non si può immaginare se non si è mai annegati), occupando l'interno del suo corpo come per reclamare un diritto.
Rob non si è gettato nel fiume per il motivo che credono la polizia e i giornali, cioè per morire. E non si è nemmeno gettato per il motivo che credeva lui. Quella notte Rob ha creduto di vedere sua madre nel fiume, sua madre che non aveva mai imparato a nuotare, e infatti stava a galla con un minuscolo salvagente sotto le braccia, bianche e molli e signorili, e in testa una cuffia gialla coperta di ridicole ventose, una cuffia che sembrava un animale marino e che lui era stato costretto ad indossare durante la sua prima lezione di pallamano perché aveva perso la sua.
Rob si è sbagliato. In realtà quella non era sua madre – ma una donna che aveva incontrato decine di volte durante l’ultima settimana. L’aveva vista sempre in alto: un viso così vasto che era impossibile voltare lo sguardo o esplorarlo tutto con una sola occhiata. Le labbra della donna erano rosa, di un rosa quasi fosforescente nella notte, strette ad O intorno al collo di una bottiglia rossa. C’era una scritta enorme sopra la sua testa, e gli occhi erano rivolti in su, come per leggere la scritta, ma in realtà – ha pensato Rob – guardando in strada, ricambiando gli sguardi di tutti.
La donna era sull’altra riva del fiume. Issata a metà di un grattacielo. Ma nell’acqua sembrava lì, a pochi metri da Bob. Era la prima volta che la faccia si trovava sotto di lui, e rimpicciolita nel riflesso, gli era sembrata sua madre. I riflessi giocano brutti scherzi, e il buio aveva fatto il resto, rendendo il bagno notturno di sua madre nell’Hudson perfettamente, luminosamente visibile.
In questi ultimi anni ho visto morire le persone nei modi più diversi. E non c’è nulla che trovi assurdo. Vedo i fatti mentre si svolgono, con estrema precisione, come se fossero gli ingranaggi di un orologio. Conosco logiche e ragioni che sfuggono a tutti. Ma per una specie di contrappasso, della morte mi sembra di saperne meno di chiunque altro.

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lunedì 10 dicembre 2007

Cosimo nel terzo livello (1995) - 1

Da qualche tempo, soprattutto nei periodi in cui mi astengo dai dischi, sono tornato a fare un sogno che anni fa era ricorrente, per non dire ossessivo. Entro di notte in un grosso negozio di musica, e lo svaligio. Prendo tutti i CD che mi possono piacere, e quelli che suppongo mi possano interessare, e li infilo in un borsone. Poi, giusto perché nessuno risalga a me in base ai gusti che si possono dedurre dal genere musicale a cui appartengono i CD rubati, ne sottraggo anche alcuni altri di cui non mi importa nulla. Li nasconderò per bene, questi ultimi, o li butterò via, non importa. Nel sogno, non manifesto alcuno scrupolo di ordine morale nel compiere la razzia: anzi, al risveglio mi sento in una condizione esaltante, o comunque piacevole, appena temperata dalla delusione di non averli davvero, quei dischi, nell'armadio, già ordinati. Solo talvolta il sogno si guasta verso il finale, quando scopro, tirando fuori dal sacco la refurtiva, che in realtà ho rubato soltanto le custodie, le copertine. La cosa non mi impedisce di pensare a un altro colpo, magari anche subito, magari nello stesso negozio da cui sono appena fuggito.
Speravo che non mi capitasse più. Voglio dire, ero quasi convinto di aver superato quella brutta fase della mia vita che a volte, quando ritorno indietro con il pensiero – senza dir niente a Carla, è ovvio –, mi suona come un sogno assai meno gradevole e desiderabile di quelli veri che elaboro la notte.
Carla non mi ha mai domandato niente dell'anello che ancora non ho osato sfilare dal mio labbro inferiore, e degli altri fori che pure deve aver notato sul resto del corpo. Forse non vuole turbarmi, chiedendomi cose che potrebbero ricordarmi quello che mi è capitato – o forse non vuole turbare se stessa, visto che detesta riconoscere che ho fatto a meno di lei per mesi e mesi – quei mesi famosi che, almeno nei nostri discorsi, è come se non esistessero più, una specie di buco nero della memoria, di limbo, di risaia nebbiosa, o per l'appunto di sogno tirato un po' per le lunghe... O forse, ed è più probabile, non le importa proprio niente.
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domenica 9 dicembre 2007

The Black Biscotti - 5

Inghiotte i primi bocconi quasi senza masticare. Palline di prosciutto e provolone gli scivolano sulla lingua e saltano giù in gola, quasi soffocandolo.
Non è mai riuscito a mangiare lentamente, neanche quando a scuola la maestra era costretta ad allontantargli il piatto da sotto il mento, e gli ordinava di stare in piedi a guardare i suoi compagni mangiare con un ritmo esasperante. Non avrebbe avuto indietro il suo piatto finché tutti non avessero finito. Doveva “osservare e imparare”. La maestra stava seduta al suo tavolo lanciando sguardi di soddisfazione a quelle schiene composte, diritte, a quelle mani che impugnavano i cucchiai come penne stilografiche, alle piccole mascelle che masticavano ogni boccone trentatré volte. Gli sembrava che quando lo sguardo della maestra incontrasse la sua faccia, piatta e larga come un vassoio, cosparsa di lentiggini (che Adelita, la figlia del pescivendolo dove sua madre andava ogni venerdì mattina, chiamava “macchie”), lo racchiudesse in una specie di parentesi buia. Uno sguardo che rimpiccioliva le pupille della maestra dietro le lenti degli occhiali, fino a che non erano due punti minuscoli. Nei piatti le zuppe non calavano mai, come se i suoi compagni muovessero i cucchiai a vuoto.
Di tutto questo, Alfio non si ricorda niente. Ogni particolare è ancora nella sua mente, ma sono passati vent’anni, anni in cui ha fatto il pugile, in cui ha guidato la sua auto ogni fine settimana avanti e indietro da Long Island a Philadelphia per vedere una donna di nome Sue-Ellen, una vedova che non poteva rinunciare al modo in cui lui la faceva godere a letto ma non riusciva ad ascoltare niente che lo riguardasse e fumava irritata sotto le lenzuola anche se lui diceva soltanto “bè forse è ora che me ne vada” o “vuoi una birra?”, anni in cui si è sposato con Judie Leibniz, una ragazza di cui ha amato la pelle bianca, i capelli biondi, spessi, e gli occhi stretti, fin dal primo momento in cui l’ha vista, anni in cui ha avuto due gemelli, due maschi che sono cresciuti e adesso vanno a scuola in una Corolla e fumano American Spirit, anni in cui ha sollevato il feretro del suo migliore amico, insieme a Erroll, Jared e Angelo, anni in cui si è incontrato con Erroll, Jared e Angelo in bar diversi, che si sono spostati sulla mappa della città a seconda dei cantieri, anni di cantieri, centinaia di cantieri, anni in cui si è dovuto far estrarre due denti, si è rotto una costola, in cui tre delle sue unghie sono diventate permamentemente nere, anni in cui sua moglie gli ha comprato camice di due soli colori, grigio scuro e bianco, che non è mai riucito a indossare per più di poche ore in occasione di matrimoni, dove non conosceva nessuno, e riunioni di vecchi compagni di scuola, dove non riconosceva nessuno perché se ne stava in un angolo a bere sangria con sua moglie, come tutti gli altri del resto, anni in cui ha lavorato dieci, dodici ore al giorno per sei, a volte sette giorni alla settimana. Anni felici, in cui non c’è stato mai tempo per guardarsi indietro e far tornare a galla piccoli, insignificanti dettagli come il sapore della zuppa fredda sulla lingua quando finalmente la maestra gliela metteva davanti, e su cui lui si gettava come un cane, senza rancore o vergogna, solo affamato, sbattendo il cucchiaio contro i denti mentre la voce della maestra gli diceva “vai piano, vai piano...”
Alfio fuma, seduto a cavalcioni sull’impalcatura. Il sole si sta spandendo sul fogliame del parco, ancora pochi minuti e raggiungerà il suo avambraccio destro. Alfio sta sempre in maniche corte, estate o inverno, dalle sei del mattino fino a sera. Da quando ha smesso di fare il muratore e ha cominciato a lavorare per la Città, tutte le cose intorno a lui si sono rallentate: le stagioni, la corsa delle lancette dell’orologio verso la fine del giorno, le persone, che in questo momento vede camminare su e giù per la Fifth Avenue.
Qualcuno lo sta chiamando per nome. Guarda in basso. Steiner muove la mano, seduto nella cabina della gru. Ado si infila i guanti e si alza in piedi. Si sporge per impugnare il cavo, e sfiora il marmo con la guancia. Un contatto freddo e piacevole che sembra durare minuti.

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sabato 8 dicembre 2007

Body And Soul (A Sit-Com)

Soggetti per le puntate 14-20

14 - All'agente viene l'idea di una performance in una cella frigorifera, in cui Lucio finisce per essere appeso a testa in giù in mezzo ai quarti di bue. Naturalmente, Lucio resterà chiuso a chiave lì dentro per errore. Nel frattempo, l'agente e Leila si danno alle saune in un club molto esclusivo; i due flirtano senza combinare niente di concreto, ma poco ci manca. Salveranno Lucio per un pelo dall'assideramento; e alla fine si troveranno tutti e tre in sauna. Lucio, rimasto solo nell'abitacolo, resterà bloccato anche lì.

15 - C'è del tenero tra Leila e l'agente? Lucio lo sospetta, anche se l'agente, per tranquillizzarlo, gli dice di essere gay. Quando però all'agente viene l'idea di darsi personalmente all'arte e di impegnarsi in una performance consistente in un incontro sessuale con Leila, i sospetti si fanno più forti. Lucio assiste alla performance, perplesso, mentre gli altri due pomiciano sotto i suoi occhi e intanto continuano ad assicurare che si tratta solo di finzione artistica.

16 - La madre si mette in testa di far conoscere a Lucio qualche brava ragazza da sposare. Un po' alla volta, gli riempie la casa di giovani tutte uguali, buone timide carine; le ragazze si moltiplicano come le sedie o altro in una pièce di Ionesco. Leila, gelosa, litiga con tutte; l'agente, invece, cerca di convincerle a diventare attrici off-off, modelle, spogliarelliste, ecc.

17 - Un'altra idea viene all'agente per la prossima performance di Lucio: divorare un po' alla volta le statue in pan di zucchero di un famoso scultore concettuale che espone in città. Lucio ci si mette d'impegno; l'altro, sconcertato, e i suoi galleristi, reagiscono male alla provocazione, e chiamano la polizia. Lucio viene fermato, interrogato; ormai sazio fino alla nausea, vorrebbe chiedere scusa e rinunciare, ma l'agente lo costringe a continuare. L'altro artista, per tutta risposta, comincia a inseguirlo e a prenderlo a ombrellate travestito da vecchietta (è in effetti la sua nuova performance).

18 - A Lucio viene trapiantato un arto artificiale sotto il braccio sinistro. Dapprima ubbidiente ai comandi, l'arto si rivela sempre più indipendente, e si lascia andare a gesti inconsulti.

19 - Leila, che lo vede un po' flaccido, convince Lucio a iscriversi ad una palestra, per recuperare il tono muscolare e non vergognarsi di lui quando si espone nudo o quasi nelle sue performance. L'agente però non è proprio d'accordo, perché il corpo flaccido, a suo dire, rende più provocatoria la performance. Lucio così prende a frequentare di nascosto una palestra, con risultati alterni.

20 - Lucio, per rilassarsi, si è rimesso di nascosto a dipingere marine al tramonto. Quando il suo agente lo scopre, lo riempie di insulti. Divenuta attivista di Amnesty International, Leila, che ha litigato con l'agente, prende a cuore il caso di Lucio, e invita altri attivisti a scrivere all'agente lettere nelle quali lo si accusa di essere poco meno di un torturatore.
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venerdì 7 dicembre 2007

The Black Biscotti - 4

Glenda potrebbe avere trent'anni. Vorrebbe dimostrarne un po’ meno – sedici. Sedici anni è la sua età ideale, il momento esatto in cui il fiore della bellezza di una donna (e mentre Glenda pensa “una donna” intende sé stessa, segretamente incapace com’è di credere all’esistenza di altre donne) si mostra agli altri nel suo punto di massimo splendore – un punto di non ritorno in cui Glenda vorrebbe essere ibernata, e non risvegliarsi più. Glenda ha trentacinque anni, ma sembra una donna di oltre quarant’anni che in un disperato tentativo di dimostrarne sedici ne dimostri trenta. Suo padre, che dopo il divorzio è andato a vivere a Boston, le ha regalato il salone quindici anni fa, e da allora è come se si sia rinchiusa in una capsula temporale. Indossa le stesse magliette di Ratt e Dogs D’Amour che indossava quando si è iscritta alla NYU per diventare una costumista, ma che poi ha abbandonato al secondo anno perché ha cominciato a non sentire quello che dicono le persone.
Era andata da un specialista, ma senza risultato. Il dottore (che solo il camice bianco qualificava come dottore, in realtà la sua faccia ricordava a Glenda quella di un attore di cui non sapeva il nome, che interpretava sempre il ruolo dello psicopatico, con lunghe basette nere e un alito di sigarette al mentolo) le aveva detto di provare a concentrasi di più, di pensare ad una cosa per volta, e di andare a letto presto. Le aveva osservato la gola tutto il tempo, mentre Gina si aspettava che da un momento all’altro avrebbe estratto dal cassetto un rasoio arrugginito e le avrebbe squarciato la carotide. All’epoca questi pensieri non le facevano paura, anzi le veniva la pelle d’oca, come se qualcuno le mordicchiasse la base della nuca.
Ci era andata di nascosto da sua madre, che – come ripeteva all’infinito - odiava i dottori dal giorno in cui aveva perso l’occasione di sposare un dottore e invece si era sposata con Frank Bucci. Frank all’epoca aveva folte sopracciglia nere che facevano intuire una propensione al controllo assoluto di cose e persone, ma il suo sguardo era già acquoso, e se la madre lo avesse osservato meglio, invece di dargli solo una rapida occhiata, l’unica e l’ultima prima di voltare gli occhi da un’altra parte fino al giorno del loro divorzio, ci avrebbe visto pacche sul culo date alle camerire nei ristoranti, notti passate ad aspettarlo senza la minima idea di dove fosse, e telefonate di sconosciuti che lo cercavano nel cuore della notte.
Glenda non ha mai detto a nessuno di non sentire bene. Nemmeno a suo madre. Negli anni è riuscita a sviluppare una capacità di parlare senza bisogno di ascoltare, o meglio: di fingere di ascoltare, di rispondere in modo da dare l’impressione di aver capito. Quando parla urla sempre, ma nessuno immagina che sia perché intorno alle orecchie si sente una specie di fascia che attutisce i suoni. Tutti credono che urlare le piaccia, e invece è perché le sembra che tutti le parlino da dietro un muro, e anche la propria voce è come se provenisse da un’altra stanza.
Glenda si depila le sopracciglia ogni settimana. Ha le parole “Fuck like a beast” tauate sulla natica destra, ma ogni volta che si spoglia e vede la scritta allo specchio quasi non se la ricorda. Vorrebbe farsi tatuare anche le sopracciglia, ma da quando è rinchiusa nel salone/capsula ha paura di tutto. Una notte si è svegliata come avvolta in un sudario – in sogno la mano del tatuatore scivolava e l’ago le infilzava l’occhio.

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giovedì 6 dicembre 2007

Body And Soul (A Sit-Com)

Soggetti per le puntate 8-13

8 - Su proposta del suo agente, Lucio registra un CD. L'operazione, altamente sperimentale, coinvolge alcuni musicisti alternativi, che improvvisano liberamente su gorgoglii, colpi di tosse, starnuti e altri rumori organici che Lucio, con vergogna, tenta di produrre. J. Zorn e B. Laswell, che l'agente si vanta di conoscere ma che in realtà non ha mai contattato per averli come produttori, sono i tormentoni della puntata. La madre di Lucio, intanto, non capisce perché il figlio non canti polke. E si offende a morte quando, credendolo un regalo per la festa della mamma, ascolta il CD dimenticato dal figlio.

9 - Invitato a un convegno sull'arte contemporanea, Lucio deve preparare un discorso. Si arena con grande pena in teorie estetiche che non sa padroneggiare, e alla fine convince il suo agente, che dapprima non ne vuole sapere perché si sente scavalcato dalla decisione di Lucio di partecipare al convegno, a scrivergli qualche pagina. L'agente - è ovvio - la butta sull'astruso, e fa dire a Lucio cose insensate, da provocatore pazzo, fino a suscitare l'ilarità dello scarso pubblico.

10 - Al convegno di cui sopra, Leila conosce un artista giapponese con cui ha un breve flirt. Lucio, per riconquistarla, si lancia in una gara con costui a chi fa la performance più estrema. Alla fine, la tenzone tra i due assomiglia a quegli exploit da fiera di paese in cui vince chi mangia più torte con le mani legate dietro la schiena. Aizzato dalla madre, che non sa che di body art si tratta, e che sabota crudelmente l'avversario, Lucio vince (e riconquista Leila).

11 - L'agente tenta di convincere Lucio a darsi alla Mail-art; si tratta di spedire in giro per il mondo, in busta, pezzi di pelle, liquidi organici, peli, unghie, ecc. Lucio si presta volentieri, anche perché per una volta l'attività non comporta eccessivo dolore fisico (l'idea di spedire pezzi di orecchio viene subito scartata). Ma un inconveniente tecnico (per esempio le lettere vengono tutte rifiutate dai destinatari per l'assenza di francobolli sulle buste, dimenticati da Leila) fa sì che tutte le lettere ritornino al mittente, e che le multe risultino particolarmente salate.

12 - Lucio si lascia sedurre dall'idea di diventare protagonista di un video per una regista piuttosto alternativa, la cui specialità è riproiettare al contrario i film girati; la trovata, in questo caso, consiste nel riprendere un fotogramma ad ogni ora la faccia di Lucio, che quindi non può muoversi se non per brevi momenti dallo studio della regista. Di lì a poco succederanno vari inconvenienti che impediranno a Lucio di essere puntuale per lo scatto del fotogramma, il che manderà in bestia la regista, già nervosetta di suo.

13 - Leila, sempre dietro a mode e tendenze, decide di partire come infermiera volontaria per un lebbrosario in Guatemala. Lucio, disperato, non trova di meglio che fingere di avere qualche rara malattia esotica, per tenere Leila presso di sé. La madre vorrebbe curarlo a clisteri; l'idea piace all'agente, che vorrebbe farne il soggetto di una prossima performance: e tenta davvero di inoculare a Lucio vari germi, per farlo ammalare sul serio, dal momento che è convinto che lo stato di buona salute non si addica a un artista di body art.

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mercoledì 5 dicembre 2007

The Black Biscotti - 3

Angela esce di casa per andare da Glenda Hair Design, un salone di bellezza dove le donne italiane del quartiere vanno a farsi acconciare, stirare, permanentare, tingere e decolorare i capelli, smaltare e decorare le unghie con disegni di fiori e di orsetti, depilare e massaggiare il corpo. Mentra cammina sul bordo esterno del marciapiede, perché vuole che dai parabrezza delle auto tutti avvistino il suo gigantesco culo ondeggiante – che ogni tanto quasi le fa perdere l’equilibrio – con la coda dell’occhio controlla la propria immagine nella vetrata di una lavanderia a gettoni: una sagoma di curve e nodi, con una capigliatura leonina, sproporzionata, che lei vorrebbe ancora più gonfia, come la chioma di un albero.
Fourth Avenue è illuminata da un sole arancione, che ritaglia le finestre della case come rettangoli di lava. Angela conosce le rotondità del proprio corpo, sa che per suo marito il suo culo è come il mondo, e la conferma è il modo in cui le si aggrappa alle natiche quando fanno l’amore, graffiandola, ogni domenica pomeriggio da quell’estate del 1973, quando Joey le ha alzato la gonna nella pescheria di suo cugino Elmer, tra i dentici e le aragoste.
Una storia che è entrata da subito nel loro repertorio – raccontata senza imbarazzo a chiunque faccia la loro conoscenza, immediatamente dopo l’enuncianzione dei loro nomi: Joey Liborio e Angela Piscitelli in Liborio, che Joey pronuncia come se fossero nomi di famosi personaggi d’opera, staccando ogni lettera, e soffermandosi interminabilmente sulle doppie. Altro fatto che la coppia non riesce a tacere: Angela è più giovane di quindici anni – e tutti non possono fare a meno di notare come il tempo scorra al contrario per marito e moglie. Lui ringiovanisce, sembra che con gli anni il viso gli si faccia più colorito e liscio, lei invecchia, sotto il mento la pelle le ricade in tre molli pieghe. Glenda le ha parlato di un suo amico dottore, un tedesco di nome Hanfe che ha avuto dei “problemini” in Europa ma che è il “migliore e più economico in giro”. Angela non ha mai considerato seriamente l’idea di andare sotto i ferri. “Chirurgia estetica” è una parola che legge sulle riviste mentre aspetta il suo turno al salone. Angela non trova orribili, come suo marito, quelle foto di labbra gonfie e fronti spianate, anzi gli sembrano di una bellezza irreale. Perciò non la interessano. Quello che Angela vuole è che gli uomini di Red Hook le guardino il culo quando cammina. E le pieghe le sono venute al mento, non al culo. Il culo è sì smagliato, ma ogni difetto è reso trascurabile dalla sua vastità e curvatura.
Anna va da Glenda una volta a settimana. Non ci va per farsi tingere i capelli di biondo (l’ha fatto una volta sola, e quando la ricrescita nera si è fatta viva ha scoperto di adorare il biondo e il nero insieme – e da quel momento se li è fatti tingere a ciocche, e li porta così ormai da sei mesi – assomigliando in modo impressionante a Blackie Lawless, ha pensato Glenda, ma senza dire niente perché dubita che Angela sappia chi sia). Non ci va per farsi dipingere le unghie con quei fiorellini azzurri che fanno impazzire Joey. Non ci va per farsi fare la ceretta ai polpacci, tanto più forti e torniti di quelli di suo marito che quando sono sdraiati a letto, guardando solo le gambe Angela ha per un attimo l’impressione di essere il maschio – impressione subito scacciata dal pizzicore della guancia malrasata di Joey sul collo. Non ci va per farsi massaggiare la schiena, che ha cominciato a fare male tutte le volte che piove. Ci va per farsi toccare. Per sentire mani estranee toccarle il cuoio capelluto, e le orecchie, il collo, ora delicatamente ora rudemente, a seconda della ragazza, e palparle le natiche, prenderle i polsi, distenderle le mani, aprirle le dita.
Angela guarda l'orologio. Sono le dieci e un quarto. Controlla che non ci sia nessuno intorno, e si infila rapida una mano nella calzamaglia per sistemarsi le mutandine, inoltra l'indice nella profondità delle natiche fino a trovare la striscia di stoffa. Poi si annusa il dito, un'abitudine che ha fin da bambina. Insieme al pane appena sfornato e al limone, è l’odore più rassicurante che conosca.

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martedì 4 dicembre 2007

Body And Soul (A Sit-Com)

Soggetti per puntate successive
2 - Leila, divenuta occasionalmente collaboratrice di una rivistina underground, vorrebbe intervistare Lucio, ma l'agente, che preferirebbe solo interviste a grosse riviste che abbiano più richiamo, si oppone. Nel frattempo, Lucio viene predisposto per la nuova performance: attraverso degli elettrodi è collegato con la rete telefonica di un borgo alpino: ogni volta che da lì qualcuno telefona, scosse elettriche fanno sobbalzare Lucio. Alla fine, il sindaco del paesino giunge con una rappresentanza del comune a omaggiare con il dono di una mucca l'artista che ha reso famoso il borgo.

3 - L'agente sta pensando a una qualche performance in cui coinvolgere la mucca regalata a Lucio nel precedente episodio, sul genere sanguinolento di Hermann Nitsch. Lucio tentenna, perché a lui quel tipo di cose fa impressione, e poi perché non vorrebbe fare qualcosa di illegale; all'idea si oppone con maggiore decisione Leila, divenuta di recente convinta animalista. La madre di Lucio, che non riesce a spiegarsi perché il figlio tenga in garage un bovino di quella stazza, teme dal canto suo che Lucio voglia inserire nelle sue solite marine al tramonto la novità della mucca, e che ne tenga una lì per ispirarsi. Gli equivoci continuano su questo tono.

4 - Lucio viene ospitato in un museo pubblico, dove si esibisce in un salone tutto suo. Un gruppo di perfidi custodi del museo, per combattere la noia, comincia a bersagliarlo con scherzi crudeli. Alle proteste di Lucio, il potente sindacato dei custodi di museo si inalbera e comincia a emettere comunicati durissimi. Gli scherzi, intanto, continuano, ma l'agente di Lucio già pensa di sfruttarli come parte integrante della performance.

5 - L'agente vorrebbe convincere Lucio a sottoporsi a una serie di operazioni di plastica facciale che ne stravolgerebbero i connotati. I filmati degli interventi, venduti ai soliti, misteriosi collezionisti giapponesi, finirebbero per fruttare diverse migliaia di euro. Lucio, che non ha capito bene di cosa si tratta, accetta, convinto di migliorarsi esteticamente. Ma quando si trova il naso rovesciato e le orecchie a punta collegate a fiocco sulla testa, è disperato. Leila, però, lo trova carino, e dice che "fa tipo". Seguono i soliti stratagemmi per non far vedere i risultati delle operazioni alla madre.

6 - L'agente di Lucio ha deciso di aprire un sito su Internet tutto dedicato al suo protetto. Lucio, reduce dalla ricostruzione della faccia, è però timoroso che sua madre navighi in rete fino a trovarlo (lei lo fa, in effetti, all'università della terza età); a quel punto la madre interviene pesantemente sulla creazione dell'ipertesto, pretendendo di aggiungervi foto di famiglia, ricordi imbarazzanti di quando Lucio era bambino, buoni sentimenti: e un po' alla volta snatura il senso del sito, rendendolo bucolico e familiare là dove voleva essere spiazzante e sconvolgente.

7 - In seguito ad alcuni inconvenienti riguardanti una seduta di piercing a cui si è sottoposto, Lucio finisce al pronto soccorso. Qui, gli incidentati in attesa di ricovero solidarizzano con lui. E lui scopre che la maggior parte dei pazienti del pronto soccorso è vittima di pratiche molto più assurde e dolorose delle sue (l'agente, che è lì presente, prende appunti sui casi più interessanti). La madre di Lucio, accorsa, si prodiga aiutando tutti con consigli non richiesti e assurdi basati su un sapere popolare piuttosto improbabile.
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