L'indomani mattina, distrutto dalla nottata, passai davanti alla porta della cameretta di Carlotta, e non potei resistere all'idea di accostare l'orecchio. Sentii Carlotta cantare sommessamente, quasi con affanno. Più che un canto, era un borbottio continuo, una sorta di complesso contrappunto a una sola voce, di cui intuivo le trame polifoniche - o almeno, così mi pareva. Dopo quasi un minuto, riconobbi quel brano. Non era una canzoncina, o un brano scritto per voce umana, ma un arzigogolatissimo preludio per pianoforte di Skriabin, che avevo in disco, a casa, eseguito da Radu Lupu. Carlotta canticchiava Skriabin, la mattina. E non la melodia, si badi, non la semplice melodia, ma proprio, con salti veloci per quanto a volte approssimativi tra registri diversi, tra intervalli lontanissimi, proprio tutto il brano, dalle tramature di accordi di dolente indecisione armonica, destinati a divaricarsi dalla mano sinistra alla destra lungo tutta o quasi la tastiera, alle tracce di melodia inquieta che si scontravano, ondivaghe, tra il registro medio e quello sovracuto.
Ero incantato: sentivo quella voce così concentrata, così tesa nello sforzo di borbottare tutto il borbottabile, che non potevo immaginare Carlotta intenta ad altre occupazioni se non a quella di cantare. Non stava certo mettendo ordine nella stanza, e non faceva nemmeno esercizi di ginnastica mattutina. Me la figurai allora, seduta o inginocchiata sullo scendiletto, mentre fingeva di suonare quel preludio sul materasso, a memoria, lasciando correre sul lenzuolo le mani veloci, come granchi spaventati... rispettando la diteggiatura con scrupolo, e riproducendo con la bocca, fin dove possibile, quei suoni che il materasso non poteva certo dare. Confesso che non ho mai amato Skriabin in modo particolare; ma in quel momento, bisbigliato da quella voce, quel breve preludio tutto ghirigori e spasimi tardoromantici mi sembrò l'opera definitiva di un genio.
Passammo i primi due giorni a spulciare archivi, a trascrivere dati e a spiaccicare zanzare grosse come aeroplanini. Il bel collo di Carlotta, con tutte quelle punture che si andavano accatastando nonostante le creme e gli spray per respingere gli insetti, così maculato pareva quello di una giraffa, più che di un cigno - ma questo evitai di dirglielo. Durante il pomeriggio e la sera, cercammo di metterci in contatto con la professoressa Maranza Primis, per avere ragguagli: invano. In assenza del suo consenso, decidemmo di andare avanti ugualmente insieme, almeno agli inizi, come d'altra parte continuava a confermarci per telefono, con un tono di voce sempre più spazientito, l'amante della professoressa.
Ero incantato: sentivo quella voce così concentrata, così tesa nello sforzo di borbottare tutto il borbottabile, che non potevo immaginare Carlotta intenta ad altre occupazioni se non a quella di cantare. Non stava certo mettendo ordine nella stanza, e non faceva nemmeno esercizi di ginnastica mattutina. Me la figurai allora, seduta o inginocchiata sullo scendiletto, mentre fingeva di suonare quel preludio sul materasso, a memoria, lasciando correre sul lenzuolo le mani veloci, come granchi spaventati... rispettando la diteggiatura con scrupolo, e riproducendo con la bocca, fin dove possibile, quei suoni che il materasso non poteva certo dare. Confesso che non ho mai amato Skriabin in modo particolare; ma in quel momento, bisbigliato da quella voce, quel breve preludio tutto ghirigori e spasimi tardoromantici mi sembrò l'opera definitiva di un genio.
Passammo i primi due giorni a spulciare archivi, a trascrivere dati e a spiaccicare zanzare grosse come aeroplanini. Il bel collo di Carlotta, con tutte quelle punture che si andavano accatastando nonostante le creme e gli spray per respingere gli insetti, così maculato pareva quello di una giraffa, più che di un cigno - ma questo evitai di dirglielo. Durante il pomeriggio e la sera, cercammo di metterci in contatto con la professoressa Maranza Primis, per avere ragguagli: invano. In assenza del suo consenso, decidemmo di andare avanti ugualmente insieme, almeno agli inizi, come d'altra parte continuava a confermarci per telefono, con un tono di voce sempre più spazientito, l'amante della professoressa.
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